Qualsiasi tema, o problema, richiede strumenti di analisi adeguati, ed è noto il paradosso del microscopio usato per osservare un elefante. Altrettanto si può dire della recente sentenza del Consiglio di Stato sul fin troppo chiacchierato impianto eolico di Scansano (Grosseto), se ci si limita alle formulazioni giurisprudenziali, criptiche per i non addetti, senza valutare il contesto, e neppure i costi/benefici di questa iniziativa. Comunque, sta di fatto che questa ultima sentenza conferma l’illegittimità dichiarata dalla precedente.
Come da copione, l’Amministrazione Regionale sostiene la validità e il proseguimento di questa scelta, che l’ha vista sul banco degli imputati al Consiglio di Stato e nella precedente tornata del Tribunale Amministrativo Regionale, insieme alle altre Amministrazioni subordinate, alla società titolare dell’impianto e Legambiente. E altrettanto dicasi di Biondi Santi – celebre produttore di pregiati vini toscani e proprietario del castello di Montepò, dirimpettaio dell’impianto in discussione – accusatore insieme ad Italia Nostra. Ciascuno, nel gioco delle parti, ritiene di avere vinto e lo proclama ai quattro venti, quelli qui sperati, ma invero ben poco presenti.
Tuttavia, al di là delle categorie di vincitori e vinti a cui i vari protagonisti pretendono di appartenere, risulta di estremo interesse una più ampia lettura del caso, che consideri aspetti contestuali estranei alle vicende giudiziarie, ma fondamentali per una valutazione di merito.
Scansano, grazioso borgo dell’entroterra maremmano, era già assurto agli onori delle cronache, ben prima della fama dovuta al gustoso Morellino, in epoca lorenese, quando tutto lo staff amministrativo grossetano si trasferiva, armi e bagagli, per l’estatatura, ossia per sfuggire al caldo torrido ed alla “malaria” imperversante nel capoluogo provinciale. Non che a Scansano facesse molto fresco, ma garantiva condizioni di vivibilità quando ancora era ignota la causa delle febbri malariche che d’estate mietevano molte vittime in prossimità di acque stagnanti.
Forse questa riminiscenza storica, forse le difficoltà di quadratura del bilancio comunale, o le pressioni dell’amministrazione regionale fecero sì che nel 2005 si decise di realizzare un impianto di produzione elettrica da fonte eolica in località Murci. Localizzazione priva di una oggettiva potenzialità del vento in loco, fenomeno peraltro carente per l’intera piana grossetana.
Per i digiuni della materia è necessario chiarire che esistono serie ed accreditate mappe eoliche di tutto il territorio italiano, redatte da CESI in collaborazione con l’Università di Genova, che, analogamente alle carte geologiche, sismiche, altimetriche, etc, forniscono con una scala di colori una valutazione immediata della producibilità elettrica di eventuali aerogeneratori. Scansano, e Murci segnatamente, risultano poco produttive (tra 1000 e 1500 ore/anno), mentre sono indicati valori di gran lunga superiori lungo tutte le coste, nelle isole, e, ovviamente, sull’Amiata.
Come in qualsiasi impresa commerciale, ancorpiù per forti investimenti iniziali (e qui risultano 24 milioni di euro), sarebbe necessaria una attenta analisi costi/benefici che garantisca, non solo adeguati ritorni economici, ma anche da impatti di qualsiasi genere, ad evitare criticità di ostacolo nelle fasi realizzative e operative. A posteriori possiamo ben dire che questa analisi è stata superficiale, se non gravemente carente, o, ciò che è peggio, forzata dall’intenzione di realizzare comunque l’impianto.
Così non si è tenuta nella debita considerazione neppure la presenza di ben 3 SIC (Siti di Importanza Comunitaria) di rilievo per l’avifauna, né il prospetto sul castello medievale di Montepò (1.5 Km di distanza) né le distanze minime dalle abitazioni (una di queste ha visto sorgere una torre di 122 m di altezza a meno di 200 m), e creando condizioni di pericolo su di una strada vicinale aperta al pubblico, sul bordo della quale sono state realizzate più torri.
Tutto ciò senza una Valutazione di Impatto Ambientale, né un avviso alla popolazione, nemmeno ai proprietari di immobili o terreni più direttamente coinvolti.
Ma, tornando ai costi e benefici, quale è il ritorno per la popolazione locale? Solo i diritti pagati dalla società gestrice all’ammministrazione, nella misura di circa 120.000 euro/anno ma in realtà meno, in quanto proporzionale all’energia prodotta.
E qui casca l’asino, come si suol dire, perché, nonostante i trionfalismi dell’assessore regionale Bramerini e di Legambiente che ne hanno fatto un luogo di culto tecnologico con visite di scolaresche al “monstrum”, i dati di bilancio economico del 2007, quelli di reale produzione, denunciano impietosamente la scelta sbagliata: 21GWh contro i 40 millantati.
Per correttezza si deve dire che l’impianto è stato omologato dal 21 marzo e quindi manca la produzione di circa 2 mesi e mezzo; ma anche interpolando in proporzione a 365 gg ci si trova con circa 27GWh, il 33% in meno di quanto sbandierato, mentre le 1.344 ore/anno di producibilità risultanti sono perfettamente in linea con quanto indicato nelle mappe eoliche in questo territorio. Un rendimento produttivo di solo il 15%, assimilabile al fotovoltaico, che presenta molti meno impatti ed esigenze di ubicazione!
Dunque, se la soglia delle 2000 ore è considerata economicamente adeguata agli investimenti per impianti eolici, qui ci si trova drammaticamente in deficit. Tuttavia, per i perversi giochi degli incentivi pubblici, comunque il gestore ha incassato 2.086.500 di euro con i “certificati verdi”, e 1.657.391 per l’elettricità prodotta nel 2007. Un assurdo aggravio in bolletta alle già onerose tariffe italiane.
Ma ciò che nessuno dei media evidenzia è che:
– la provincia di Grosseto è stata riconosciuta a livello europeo come “primo distretto rurale” e che nella ruralità va riconosciuta la sua identità e le sue linee di sviluppo
– questa provincia presenta un surplus di produzione elettrica del 40% (oltre 1.500 GWh/anno contro circa 900 consumati)
– il 100% dell’eletricità prodotta in provincia è da fonti certificate come rinnovabili
– la Toscana già dal 2004 ha oltre il 33% di elettricità prodotta da fonti rinnovabili, quindi ben oltre gli obiettivi di Kyoto e dell’UE.
Pertanto l’esigenza di questo impianto di Scansano non è neppure giustificata da un minimo tentativo di contributo ad un contesto carente; e comunque sarebbe tutta da dimostrare l’efficienza di un impianto che produce energia a circa un centinaio di chilometri dall’effettiva utenza.
A nostro avviso questa sentenza, letta nel suo contesto socioeconomico e produttivo, dovrebbe risultare come la pietra tombale ai tentativi ricorrenti, e mai sopiti, di trasformare il “distretto rurale” in “distretto energetico” con iniziative speculative di ogni genere. Si va dalla ricerca del petrolio e metano, a mega impianti a biomassa da 90MW alle porte di Grosseto, sino alle proposte schizofreniche di centrali nucleari a Scarlino, in assenza di acque di raffreddamento. E, ovviamente, altre centrali eoliche, parimenti improduttive. Ossia il totale rinnegamento dell’identità rurale e delle sue specificità.
Come si può ben comprendere qui è in gioco molto più che un inefficiente, impattante e superfluo impianto eolico, che auspichiamo venga demolito, bensì le linee di sviluppo e le prospettive di un “Distretto rurale”, che nel turismo e nei prodotti tipici già ora dimostra, statistiche alla mano, valori comparabili con quelli di Siena, e che da una banale omologazione ad una industria corriva e degradante non può che ricavare danno e stravolgimento delle radici storiche più apprezzabili dalla popolazione autoctona e dai turisti.
Risulta emblematico lo scontro tra un produttore di quanto di più rappresentativo della ruralità, il vino, ed una ottusa e burocratica amministrazione regionale che nel modello obsoleto di sviluppo industriale persiste a vedere un supporto a gestioni politiche fondate sul centralismo di poteri economici ben noti, consolidati ed influenti. Un differente modello di economia, coerente al contesto, più diffusa, democratica e partecipata, è estranea a questa logica e va spazzato via con ogni strumento, anche con “centrali” eoliche, improduttive, ma motivate politicamente!
Alberto Marretti

Quello che si evidenzia globalmente è solo una cosa: pur di fare ,appaltare e presentare come un successo e beneficio per il popolo,certe amministrazioni ammanniscono ai loro sudditi soluzioni prive di valutazione seria e preventiva ,di studi adeguati alla bisogna e senza giustificazioni operative concrete e condivise. A Firenze è successo con le rotonde a gogò ( nonostante i siti europei ammonissero sulla pericolosità di certe soluzioni ,al di sotto di un certo raggio di sterzata .Come dire ,lo si sapeva…),con i sottopassi sbagliati nelle dimensioni ,con la tramvia (più obbligatoria che necessaria). Speriamo nessuno si accorga del refolo di vento che talora soffia su Palazzo Vecchio….