
Viktor Orbán è la perfetta incarnazione del paradosso europeo. Da un lato è membro di un’Unione che lo finanzia e gli garantisce stabilità economica. Dall’altro sputa sistematicamente nel piatto in cui mangia, flirtando con Mosca, insultando Bruxelles e predicando un sovranismo di cartapesta costruito proprio sui fondi comunitari che riceve a piene mani.
Il suo bipolarismo politico non è un mistero: è la logica spregiudicata di chi sa di avere un potere di veto e lo usa come arma di scambio. Orbán è diventato l’esperto assoluto del ricatto istituzionale. Blocca, minaccia, fa ostruzionismo, e poi all’ultimo momento si concede al compromesso in cambio di miliardi o concessioni politiche. È una strategia da mercato rionale, ma funziona perché l’Unione non ha il coraggio di tagliare corto.
Sul piano economico, il gioco è altrettanto evidente. L’Ungheria gode di un cambio iperfavorevole tra euro e fiorino, che le permette di esportare a costi competitivi e di incassare fondi comunitari che, convertiti in valuta locale, diventano un fiume d’oro per il governo. Orbán si nutre dell’Europa che disprezza, e lo fa con una spudoratezza quasi ammirabile per la sua coerenza nel cinismo.
E allora perché Bruxelles lo sopporta? Perché l’Europa è prigioniera della propria paura. Orbán passerà, ma l’Ungheria resterà un Paese membro. Espellerlo o isolarlo significherebbe spingerlo direttamente tra le braccia di Putin, consegnando alla Russia un’altra pedina dentro la scacchiera europea. Meglio tenere dentro un alleato scomodo che crearsi un nemico in casa. È la stessa logica che guida ogni compromesso diplomatico quando la forza morale non basta più.
Queste disfunzioni, però, non sono il segno di un crollo: rientrano nel normale processo di armonizzazione di un’unione continentale che mette insieme storie, economie e interessi diversi. L’Europa procede per strattoni e correzioni, aggiustando gli strumenti man mano che emergono i conflitti. È imperfetta, spesso lenta, talvolta incoerente, ma continua a integrare e a tenere dentro i suoi pezzi. Anche questa frizione con Budapest, spiacevole finché vuoi, è parte del percorso: un passaggio fisiologico di una costruzione politica che preferisce limare gli spigoli piuttosto che spaccarsi.
Piero Terracina

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