Una riforma nella distrazione del Parlamento. Tra centro e periferia, scatterà un contratto molto vincolante, che guiderà dall’alto le scelte di credito e di debito.
Sotto a chi tocca. Dopo la riforma delle Popolari, è il turno delle Casse Rurali, anch’esse in ritardo decennale nell’autoriforma. Al grido di “fuori i signorotti dalle Banche”, Matteo Renzi ha aperto una partita che molti pensavano deviabile nella palude dei rinvii. Ma l’ha chiusa nei 60 giorni canonici. E ora lo sguardo si è girato sulle Casse Rurali, a cui sono stati dati termini perentori per evitare una soluzione dall’alto, già pronta. Il bresciano Azzi, da 24 anni alla guida di Federcasse, ci ha messo la faccia, ha minacciato dimissioni e dato la sveglia ai suoi, ma forse questo mondo che, anche per meriti indiscutibili, nessuno aveva osato toccare sul serio, stenta a capire. Banca d’Italia ha ormai poteri di controllo solo in questo ambito e ha già fatto sentire la frusta, con un intervento a febbraio del capo della vigilanza Carmelo Barbagallo. Nel mirino, la resistenza ad unirsi (Padoan ha detto chiaramente che le BCC “sono troppe”) e la governance, dopo che già uno studio 2014 di Mediobanca aveva ammonito “prima di rifare le Banche, rifate i banchieri”, perché i giochi di corridoio e l’uso delle deleghe possono svuotare il valore “democratico” del voto capitario.
Il dibattito interno al sistema doveva concludersi entro aprile, ma stenta ad emergere un accordo. Protagoniste delle resistenze maggiori sono le Casse più grandi, a cominciare da quella di Roma, e soprattutto le Casse del territorio trentino e sudtirolese, che rivendicano la loro tradizionale autonomia.
Il rischio che Bankitalia e Governo perdano la pazienza è forte, e la debolezza del Parlamento, in altre faccende affaccendato, non depone a favore di localismi che un tempo avrebbero saputo erigere muri di resistenza molto duri da abbattere,
La rivoluzione cade nel bel mezzo delle Assemblee che hanno cominciato a svolgersi in tutta Italia, in genere senza che gli amministratori diano alla base una precisa informazione di quanto sta avvenendo. Continua a prevalere lo status quo. .
In queste Assemblee, in apparenza tutto sembra infatti come sempre: elenchi di numeri, piccoli dibattiti celebrativi, affanno nelle votazioni, e corsa al buffet finale. Ma, là sul palco, c’è ormai, incombente, un ospite non invitato, un Caronte traghettatore, frutto dell’assemblaggio del sorriso furbetto di Renzi, della maschera sofferta di Padoan e del cipiglio severo di Visco, con sullo sfondo l’ombra germanica di Draghi, sideralmente lontano dai problemi localistici ma pronto ad assegnare penitenze a chi non ricorda che gestire una Banca é materia delicata. Nella bozze circolanti, si prevede ad esempio che Bankitalia possa mettere il veto sulla maggioranza dei membri dei consigli, con severo accertamento della professionalità e inconsueta durezza contro i conflitti di interesse: un amministratore non può avere debiti robusti con la Banca che gli è stata affidata.
Certo una rivoluzione dolorosa, perché incide su tradizioni molto spesso secolari, che affondano le radici spesso nel cattolicesimo sociale, ma anche in orgogliose autonomie territoriali, che per decenni hanno consentito grandi risultati fatti di solidarietà, mutualità, cooperazione vera.
Ma, siamo in presenza di uno spartiacque verso un mondo che non tornerà più. Le Casse Rurali resteranno il terminale sul territorio, ma la funzione bancaria sarà accentrata in una (o più) holding di cui – tutte insieme – possederanno una percentuale forse limitata ad un terzo, lasciando il resto ad apporti esterni magari anche stranieri. Tra centro e periferia, scatterà un contratto molto vincolante, che guiderà dall’alto le scelte di credito e di debito (ed è su questo che ci si sta scontrando in Federcasse). Non solo, ma potranno entrare nella nuova realtà solo le Casse che avranno fatto percorsi virtuosi di aggregazione e qui scattano spesso fenomeni di resistenza passiva legati alla salvaguardia di poltrone e poteri locali.
Azzi sta cercando di salvare il salvabile, ad esempio limitando al 10% il capitale massimo di un socio esterno, e facendo in modo che questo capitale non sia speculativo o “impaziente”.
Ma Il melograno simbolo delle BCC, frutto che raccoglie ad oggi ben 379 semi, é forse destinato ad appassire.

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