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Ora l’Italia lavori per trasformare l’Europa in uno stato federale. Prima che sia troppo tardi

di Terza Repubblica | 20 Luglio 2015

Italia, se ci sei batti un colpo. Assente nelle fasi cruciali, prima e durante il vertice di Bruxelles, e del negoziato sulla Grecia, nel quale l’unico italiano presente era Mario Draghi ma ad altro titolo. Assente non solo nelle decisioni internazionali più rilevanti destinate a cambiare lo scacchiere geopolitico mondiale, ma pure nei giudizi post, per cui non è dato sapere se il nostro paese apprezza la scelta di Obama sull’Iran o se parteggia per Israele che invece la considera mortale per sé e per l’intera umanità. Roma non pervenuta. Mai come in questa fase storica, che si profila foriera di cambiamenti epocali come, per esempio, quelli provocati dalla fine del comunismo e dalla caduta del muro di Berlino nel 1989, l’Italia appare, ed è, fuori da tutti i circuiti decisionali significativi. Ma pochi sembrano essersene accorti. Si preferisce dividersi – more solito – tra simpatizzanti (pochi) dei tedeschi e supporter (molti e di tutti i tipi) dei poveri greci, si organizzano le tifoserie, si semplifica tutto chiudendo il pensiero (si fa per dire) in 140 caratteri.

Eppure, volendo e sapendo essere all’altezza, il nostro governo potrebbe svolgere un ruolo decisivo. Almeno nello scenario europeo. Invece che lanciare in casa moniti all’Europa che non pensa alla crescita – a solo scopo interno, e senza neppure successo – e poi belare nei vari contesti continentali, saltabeccando tra Berlino e Parigi senza capire che l’asse franco-tedesco è più forte delle pantomime che Merkel e Holland mettono in scena ad usi domestici, sarebbe ora di lavorare ad un grande progetto per l’effettiva creazione di un’eurozona federale. Mettendo così fine a quel mostro generato dai padri della moneta unica, che hanno sfidato la storia pretendendo che l’unione monetaria generasse in seguito quella politico-istituzionale. Cosa che non è ancora avvenuta, neppure in modo embrionale, 23 anni dopo la firma del Trattato di Maastricht e a 13 anni dalla scomparsa delle monete nazionali. Il “caso Grecia” rappresenta, ove mai ce ne fosse stato ancora bisogno, la prova materiale che l’unione monetaria, in assenza di un qualche governo e bilancio federale, produce mostruosità perché pretende che siano i governi, che invece sono necessariamente espressione di interessi nazionali, a perseguire l’interesse federale in assenza di cessione di sovranità. Ora, considerato che l’Europa unita è nata dalla paura che si ripetessero le tragedie del passato, e che fin qui ha fatto passi avanti solo quando le crisi l’hanno obbligata a farlo, ma che così non è stato di fronte alle devastanti conseguenze del crack finanziario del 2008 e della lunga stagione recessiva arrivata in seguito, fino al punto da lasciar crescere e scoppiare il bubbone greco, beh adesso è venuto il momento del colpo di reni. L’Italia, in questi anni preda di gravi quanto inutili convulsioni politiche interne, eccezion fatta per la (debole) proposta Tremonti-Juncker sugli eurobond, non è stata capace di giocare un qualche ruolo nella presa di coscienza – che infatti non c’è stata – dell’impossibilità che l’eurozona possa essere semplicemente la somma degli stati nazionali e che Eurogruppo e (sempre meno) Commissione Ue possano rappresentare i luoghi e gli strumenti della mediazione. E che tantomeno lo sono i vertici dei capi di stato e di governo, privi di regole condivise ed inevitabilmente esposti a diventare preda del più forte (quello che ha deliberato sulla Grecia era una tale superfetazione informale del governo di Berlino, che la vera partita si è svolta tra i falchi di Schaeuble e le colombe di Merkel).

Ecco, se Renzi è consapevole – come crediamo sia – di questa realtà ed è disposto a mettere sul tavolo l’amputazione della sovranità italiana a favore di un governo federale, allora questo è il momento di alzare la mano. Sapendo che i tedeschi non sono contrari, anzi, ma pretendono che se deve nascere l’Europa federale debba essere germanocentrica, e sapendo pure che i francesi, invece, sono da sempre ostili a cedere anche un grammo della loro sovranità, che sia la sinistra o la destra a governare. E per rendere più credibile l’iniziativa, Renzi chiarisca ai suoi interlocutori che oltre a federare il debito, l’Italia è disposta a federare anche il suo patrimonio pubblico e a chiedere a quello privato un (pur remunerato) impegno di solidarietà. Non solo. Visto che la credibilità è tutto in un’impresa del genere, e considerato che in questo partiamo deboli, dimostri di voler fare sul serio mettendo in campo anche un’operazione di trasformazione di una fetta dell’attuale spesa pubblica corrente in investimenti in conto capitale, finalizzati a colmare i nostri deficit infrastrutturali (materiali e immateriali). Insomma, semplificando lo schema dev’essere: noi facciamo (sul serio) i compiti a casa, ma voi mettetevi in gioco perché così com’è l’Europa dell’euro è già fallita, Grexit o non Grexit.

Vorrà e saprà farlo, Renzi? In tutti i casi, di una cosa deve essere certo: con l’aria che tira, prima o poi diventerà indispensabile per l’Italia accedere ad una dimensione federale, ma in quel momento sarà troppo tardi perché in campo ci sarà o il commissariamento o il dentro-fuori. E sì, perché nella guerra dei debiti si cela un pericolo mortale per noi: se, in mancanza di livelli istituzionali federali, i tedeschi dovessero riuscire ad imporre i loro paradigmi, qualcuno si sentirà legittimato ad alzarsi e dire che da quel momento non s’intende pagare per i dipendenti della Regione Sicilia, oppure contestare che la produttività del lavoro al Sud è troppo bassa, e che insomma i casi sono due: o gli italiani del Nord pagano di tasca propria la loro solidarietà al Mezzogiorno, o occorre il Sudexit. Caro Renzi, prevenire è meglio che curare.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, bruxelles, caduta del muro, cambiamenti, commissione, comunismo, conto capitale, crisi, draghi, espressione, governo, grecia, italia, lavoro, mario draghi, merkel, mezzogiorno, moneta unica, obama, parigi, renzi, roma, sicilia, spesa pubblica, stati nazionali

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