
L’Italia sta attraversando una fase storica nella quale governare significa confrontarsi quotidianamente con problemi che superano abbondantemente i confini nazionali. La guerra in Ucraina, l’instabilità del Medio Oriente, i rapporti sempre più complicati con gli Stati Uniti, la sicurezza europea, la competizione economica internazionale e un debito pubblico che lascia margini di manovra estremamente limitati impongono scelte precise, spesso difficili e certamente non risolvibili con qualche dichiarazione a beneficio delle televisioni.
È proprio in questo contesto che emergono tutte le contraddizioni dell’opposizione italiana. Una coalizione che pretende di proporsi come alternativa all’attuale governo, ma che continua a mostrare profonde divergenze sulle questioni fondamentali della politica economica e internazionale. Il problema non è stabilire se Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli o Matteo Renzi abbiano il diritto di contestare Giorgia Meloni. Il problema è comprendere che cosa realmente li tenga insieme, oltre alla comune intenzione di sostituire l’attuale maggioranza. Perché tra il desiderio di conquistare Palazzo Chigi e la capacità di governare una nazione esiste una differenza enorme, che non può essere colmata con gli slogan o con gli accordi dell’ultima ora.
La prima e più evidente contraddizione riguarda la politica estera. Il Partito Democratico sostiene la prosecuzione degli aiuti militari all’Ucraina, mentre il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra si oppongono a ulteriori forniture di armi. Non si tratta di differenti sensibilità, ma di posizioni politiche difficilmente conciliabili su una questione che coinvolge la sicurezza dell’intero continente europeo. Il 13 ottobre queste divisioni sono riemerse persino nella preparazione delle risoluzioni parlamentari in vista del Consiglio europeo. E allora sarebbe interessante capire con quale autorevolezza una coalizione simile potrebbe presentarsi a Bruxelles, discutere con gli alleati della NATO, assumere impegni sulla difesa comune o negoziare una strategia nei confronti della Russia. Un presidente del Consiglio non può permettersi il lusso di avere una politica estera diversa per ogni partito che compone la propria maggioranza.
Passiamo all’economia, dove le contraddizioni rischiano di diventare ancora più evidenti. L’Italia deve confrontarsi con un debito pubblico previsto al 138,5% del PIL nel 2026 e una crescita economica stimata appena allo 0,5%. Sono numeri che descrivono un Paese con risorse limitate e problemi strutturali che nessun governo può risolvere semplicemente aumentando la spesa pubblica. Eppure, ascoltando le proposte dell’opposizione, sembra talvolta che sia possibile finanziare contemporaneamente nuovi interventi sulla sanità, aumenti salariali, pensioni, scuola, abitazioni e investimenti senza dover affrontare il problema delle coperture. Le opposizioni hanno recentemente concordato una piattaforma economica articolata in 21 punti, ma mettere insieme un elenco di rivendicazioni non equivale a costruire una politica economica sostenibile.
La questione è molto più concreta. Dove reperire le risorse? Quali spese finanziare prioritariamente? Quali riforme strutturali realizzare per aumentare la produttività? Come rendere compatibili gli interventi promessi con i vincoli europei e con il costo crescente del servizio del debito? Su questi argomenti servono risposte precise, non dichiarazioni di principio. Anche perché chi propone una maggiore flessibilità nei conti pubblici dovrebbe spiegare come intende ottenerla a Bruxelles, convincendo governi che spesso hanno interessi economici molto differenti dai nostri. Non basta chiedere all’Europa di cambiare le regole. Bisogna possedere la forza politica e negoziale per modificarle.
Ed è proprio la dimensione europea a rendere ancora più evidenti le criticità di questa possibile coalizione. L’Italia non è un Paese marginale, ma una delle principali economie dell’Unione, membro del G7 e protagonista degli equilibri industriali e commerciali del continente. Le decisioni che oggi vengono assunte a Bruxelles riguardano il futuro della difesa europea, gli approvvigionamenti energetici, la competitività industriale, le politiche commerciali e il rapporto con le grandi potenze mondiali. Sono tavoli nei quali occorre arrivare con posizioni chiare, continuità politica e capacità di assumere impegni credibili. Pretendere di affrontarli con una coalizione che non riesce ancora a concordare una linea comune sulla sicurezza europea significa sottovalutare la complessità delle responsabilità che si vorrebbero assumere.
A questo si aggiunge il problema della leadership, che continua a dividere gli stessi protagonisti dell’alleanza. Elly Schlein rivendica il peso politico ed elettorale del Partito Democratico, Giuseppe Conte insiste sulla necessità delle primarie, mentre permangono diffidenze e incompatibilità nei confronti di Matteo Renzi. Anche Angelo Bonelli ha contestato l’idea che il peso numerico dei partiti debba determinare automaticamente gli equilibri della coalizione. Una situazione nella quale non è ancora stato risolto nemmeno il problema di chi dovrebbe guidare il governo, mentre restano aperte divergenze sulle scelte strategiche che quel governo sarebbe chiamato a compiere.
E qui emerge la debolezza politica più significativa. L’opposizione riesce a trovare una convergenza quando si tratta di contestare la maggioranza, ma incontra difficoltà ben più serie quando deve definire una strategia comune. È relativamente semplice accordarsi su ciò che non piace. Molto più complicato è stabilire che cosa fare, con quali risorse, con quali alleati e soprattutto assumendosi quali responsabilità. La politica economica non è un catalogo di promesse, così come la politica estera non può essere adattata alle convenienze elettorali dei singoli partiti.
Non possiamo nemmeno dimenticare che alcuni protagonisti dell’attuale opposizione hanno già ricoperto importanti responsabilità di governo. Giuseppe Conte è stato presidente del Consiglio, Matteo Renzi ha guidato un esecutivo e il Partito Democratico ha partecipato a numerose maggioranze negli ultimi anni. Non siamo dunque davanti a una classe politica completamente estranea alla gestione dello Stato. Proprio per questo sarebbe lecito aspettarsi proposte più rigorose, maggiore coerenza nelle scelte internazionali e soprattutto una capacità di sintesi che, sulle questioni decisive, continua a mancare.
Il rischio concreto è quello di costruire un’alleanza numericamente competitiva ma politicamente fragile, nella quale ogni decisione importante diventi terreno di scontro tra componenti che condividono l’obiettivo elettorale senza condividere necessariamente quello strategico. E in una fase internazionale caratterizzata da guerre, instabilità economica e ridefinizione degli equilibri tra le grandi potenze, una simile fragilità potrebbe tradursi in un problema serio per la continuità e la credibilità dell’azione italiana.
L’Italia ha bisogno di una politica capace di difendere i propri interessi nazionali, sostenere la stabilità europea, affrontare i problemi economici con realismo e rappresentare il Paese con autorevolezza nei rapporti internazionali. Chi aspira a governarla deve dimostrare di essere all’altezza di queste responsabilità prima di pretendere la fiducia degli elettori, non dopo aver conquistato il potere.
Perché il vero limite dell’attuale opposizione non è la mancanza di argomenti contro Giorgia Meloni, ma la difficoltà di trasformare le proprie differenti posizioni in un progetto coerente, economicamente sostenibile e internazionalmente credibile. E fino a quando questa contraddizione non sarà risolta, il cosiddetto campo largo continuerà ad avere un problema che nessuna operazione elettorale potrà cancellare: essere d’accordo su chi debba andare via non significa affatto essere d’accordo su come governare chi rimane.
La differenza è tutta qui. E per un Paese come l’Italia, in un momento storico tanto delicato, non è certamente una questione secondaria.
Diciamolo chiaramente, senza ipocrisie né inutili giri di parole: il vero problema della politica italiana non è il Governo Meloni, ma l’inconsistenza di un’opposizione divisa, inconcludente e incapace di costruire un’alternativa seria e credibile. Un’opposizione che pretende di governare il Paese senza riuscire nemmeno a trovare un accordo sulle questioni fondamentali della politica economica e internazionale. Il risultato è paradossale: i principali artefici della forza politica di Giorgia Meloni sono proprio coloro che dichiarano quotidianamente di volerla mandare a casa. Un assegno in bianco che le viene sistematicamente consegnato dai suoi stessi avversari, incapaci persino di comprendere quanto la propria debolezza contribuisca a rafforzarla.
Piero Terracina

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