
di Alicia García Herrero e Soumitra Dutta*
La settimana scorsa, Washington ha imposto ad Anthropic di disattivare nel giro di novanta minuti l’accesso a due dei suoi modelli di Intelligenza Artificiale più avanzati, in tutti i paesi del mondo a eccezione degli Stati Uniti. La decisione è stata letta, a ragione, come un avvertimento: non a caso The Economist ha descritto questo passaggio come un momento che ha “conferito all’America un vasto nuovo potere”. Tuttavia, un avvertimento produce effetti reali solo se a esso segue una chiara strategia e con strumenti capaci di tradurlo in azione, ed è su questo terreno che nascono le maggiori incertezze. Le possibili risposte attualmente in discussione sembrano limitarsi a due a due opzioni poco convincenti: protestare contro il nuovo assetto, oppure tentare di superarlo con investimenti importanti.
Nessuna delle due strategie sembra destinata a produrre risultati tangibili. La protesta da sola difficilmente cambierà gli incentivi di un governo che considera l’accesso all’IA un vero e proprio strumento di potere. Allo stesso modo, del resto, abbiamo visto che le critiche rivolte agli Stati Uniti per i vantaggi derivanti dal ruolo internazionale del Dollaro non hanno modificato il comportamento statunitense durante l’epoca di Bretton Woods. Nessuna economia al di fuori di America e Cina dispone oggi di mezzi finanziari sufficienti per poter raggiungere una reale parità competitiva: nel 2025 gli investimenti americani in IA privata hanno raggiunto i 285,9 miliardi di dollari, contro i 20,9 miliardi dell’Europa e i 12,4 miliardi ufficialmente registrati della Cina: un divario che si è ampliato, non ridotto, nonostante anni di appelli europei all’urgenza e alla necessità di recuperare terreno. Continuare a ignorare questa realtà rischia di disperdere la risorsa più preziosa, che è il tempo: nei prossimi diciotto mesi saranno definiti gli standard, i contratti di fornitura e le infrastrutture dati su cui si fonderà l’intera economia dell’intelligenza artificiale.
Esiste però una terza opzione, che attinge a due precedenti storici. Il primo è di tipo industriale e si riferisce al modo in cui l’Europa ha costruito Airbus. Nessun singolo paese europeo era in grado di competere con la scala produttiva e finanziaria di Boeing, e fu così che la Francia si prese in carico di realizzare le fusoliere, il Regno Unito le ali, la Germania le sezioni di fusoliera e la Spagna l’impennaggio di coda, il tutto coordinato da un’unica struttura di governance e sostenuto da un mercato abbastanza ampio perché le compagnie aeree prendessero sul serio il consorzio. Quarant’anni dopo, Airbus non solo compete alla pari con Boeing, ma in molti segmenti la supera. Il secondo precedente è di carattere diplomatico e probabilmente più pertinente: il Movimento dei non allineati promosso da India, Jugoslavia, Egitto e altri paesi durante la guerra fredda. Il non allineamento non implicava il rifiuto di collaborare con Washington o Mosca. Al contrario i suoi membri intrattenevano rapporti commerciali con entrambe, facendo sì inoltre che tra esse si creasse un certo tipo di competizione, e cercando al tempo stesso di mantenere un sufficiente grado di cooperazione reciproca in modo da evitare una dipendenza esclusiva da una delle due. In questo modo, nessuna delle due poteva considerarli partner vincolati. È probabilmente questo il modello più calzante nella situazione attuale. L’obiettivo non è quello di interrompere i legami con l’IA americana o cinese, che continueranno a occupare una posizione centrale nello sviluppo globale dell’IA ancora per anni. Si tratta piuttosto di fare in modo che il ricorso a tali tecnologie sia una scelta anziché una necessità. Per riuscirci occorre sviluppare insieme capacità alternative nel calcolo, nelle infrastrutture di dati e nella governance sufficienti a garantire che nessuna singola direttiva di Washington o Pechino possa lasciare un partner del tutto privo di alternative.
La nostra ricerca delinea come potrebbe apparire una coalizione di questo tipo, e i numeri sono più incoraggianti di quanto non suggerisca il sentimento prevalente. Un partenariato che riunisse Unione europea, India, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Australia, Brasile, Indonesia e gli Stati del Golfo avrebbe un PIL complessivo di circa 42mila miliardi di dollari, superiore a quello dei soli Stati Uniti. Se si considera un indice composto delle sette dimensioni che contano per la sovranità nell’IA – dall’energia e dalla capacità di calcolo ai dati, al talento, al capitale e alle regole – questa coalizione raggiungerebbe un punteggio paragonabile a quello degli Stati Uniti e superiore a quello della Cina; non perché uno dei suoi membri eccella in ogni ambito, ma perché ciascuno possiede punti di forza specifici: Taiwan e Corea del Sud sono leader nei chip avanzati, i Paesi Bassi dispongono delle apparecchiature di litografia senza le quali nessun produttore di semiconduttori può operare, l’India eccelle nelle infrastrutture di identità digitale, il Giappone nei quadri per i dati transfrontalieri, i paesi del Golfo, infine, nel possono contare su ingenti capitali e su una capacità di investimento di lungo periodo. Nessun singolo membro di questa coalizione sarebbe in grado di costruire da solo uno stack di IA competitivo. Considerati nel loro insieme, però, possiedono già la maggior parte degli elementi essenziali.
L’unica dimensione in cui la coalizione risulta in ritardo è quella dei modelli, e anche qui vale la logica di Airbus. Invece di tentare di competere con i laboratori americani e cinesi nella corsa alla frontiera tecnologica, la coalizione dovrebbe concentrarsi su ciò che le riesce meglio: mettere in comune risorse e competenze, questa volta attorno a modelli a pesi aperti. Oggi questi modelli si trovano a non più di un anno di distanza dai migliori sistemi chiusi, divario che continua a ridursi. Un programma condiviso della coalizione – fondato sui laboratori già credibili e operativi al di fuori del duopolio americano-cinese, in paesi come Francia, Canada, Corea e Giappone – potrebbe perfezionare e consolidare questi modelli fino a renderli un autentico concorrente di frontiera nel giro di pochi anni. E potrebbe farlo con una frazione del capitale che sarebbe necessario per costruire da zero un’iniziativa equivalente. Nel frattempo, i governi della coalizione dovrebbero adottare i modelli a pesi aperti come opzione predefinita per l’IA nel settore pubblico. Per la maggior parte delle applicazioni pratiche – dall’amministrazione fiscale alla traduzione automatica fino al servizio clienti – un modello vecchio di un anno è sufficiente. Scegliere questa strada fin da subito consentirebbe di costruire la base di utenti, le competenze ingegneristiche e la fiducia istituzionale di cui il programma comune avrà bisogno per avere successo.
Che fare ora? In primo luogo, occorre trattare la leadership normativa europea come un risorsa negoziabile, non come una posizione morale. Il corpus di regole dell’UE sull’IA sta già influenzando il modo in cui le imprese americane progettano prodotti e servizi per il mercato europeo, secondo la stessa dinamica che ha trasformato la normativa europea sulla protezione dei dati in uno standard mondiale: armonizzare gli standard degli appalti pubblici con India, Giappone, Corea del Sud e Singapore, in modo che i fornitori si confrontino con un unico insieme di requisiti per un mercato di oltre un miliardo di consumatori, anziché a una numero di mercati frammentati.
In secondo luogo, è necessario mettere in comune fin da subito l’infrastruttura di calcolo, sotto una governance condivisa, senza attendere la conclusione di un trattato. La rete europea EuroHPC dimostra già che una cooperazione di questo tipo è possibile tra gli Stati dell’UE; dovrebbe essere aperta formalmente ai partner disposti ad accettare regole comuni sul trattamento dei dati e sulla valutazione, in cambio di un accesso condiviso alla potenza di calcolo. Il piano dell’India di mettere in campo quest’anno 100mila GPU sovrane ne è un complemento naturale, non un progetto concorrente.
In terzo luogo, il progetto deve essere sostenuto con adeguate risorse finanziarie. Norvegia, Singapore, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita controllano complessivamente fondi sovrani per un valore superiore a 5000 miliardi di dollari. Un impegno coordinato pari al 2% a favore dell’infrastruttura di IA consentirebbe di mobilitare oltre 100 miliardi di dollari l’anno, una cifra superiore agli attuali investimenti in IA di UE e Cina messi insieme, e soprattutto un capitale dotato dell’orizzonte temporale di lungo periodo che l’infrastruttura di IA effettivamente richiede.
In quarto luogo, occorre costruire un unico istituto di valutazione, non sette distinti. Regno Unito, UE, Giappone, Corea del Sud, Canada e Singapore gestiscono ciascuno un organismo per la sicurezza dell’IA che svolge, in modo isolato, un lavoro in larga misura analogo. Unificarne gli standard e i parametri di riferimento sarebbe poco costoso, rapido da realizzare e di immediata utilità. Si tratterebbe di un bene della coalizione che non richiede nuovi investimenti in hardware, ma soltanto la volontà di smettere di duplicare gli sforzi.
Nulla di tutto ciò ripristina la piena indipendenza dalla tecnologia americana o cinese, e sarebbe disonesto promettere che possa farlo, proprio come gli Stati non allineati di allora non divennero mai indipendenti dai due centri di gravità della guerra fredda. Ciò che offre è lo stesso vantaggio che offriva il non allineamento: la possibilità di continuare a trattare con entrambe le superpotenze a condizioni negoziate anziché imposte. Questo richiede di costruire qualcosa di concreto tra i partner stessi, non semplicemente di dichiarare l’intenzione di restare neutrali. La sovranità nell’era dell’Intelligenza Artificiale non sarà conquistata da un paese che tenta di costruire tutto da solo, né da un paese che cerca di disimpegnarsi completamente dalle due superpotenze dell’IA. Sarà conquistata, semmai, dalle coalizioni capaci di costruire alternative reali pur continuando a commerciare, concedere licenze e cooperare sia con Washington sia con Pechino – e che sapranno muoversi in anticipo rispetto ad altri.
Alicia García Herrero e Soumitra Dutta
*Istituto Ispi

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