
Minneapolis è diventata l’epicentro di un orrore che non avremmo mai voluto rivedere. È qui che il sangue di Renee Nicole Good, madre di tre figli uccisa a sangue freddo da un agente dell’ICE durante un raid, ha macchiato l’asfalto, scatenando un’ondata di sdegno che attraversa l’oceano. Ma la ferocia di questa “tolleranza zero” non si è fermata: le cronache ci restituiscono l’immagine straziante del piccolo Liam Conejo Ramos, appena 5 anni, prelevato nel vialetto di casa e, secondo le denunce delle autorità scolastiche, usato come “esca” per stanare i propri genitori. Insieme a lui, altri quattro bambini sono stati classificati come “criminali violenti”, mentre donne e persone disabili venivano estratte con prepotenza dalle proprie abitazioni dalle squadre para-militari. Quando i più vulnerabili diventano pedine di uno scacchiere politico cinico e spietato, non siamo più di fronte a una gestione governativa, ma a una regressione morale che tradisce il patto sociale alla base delle democrazie moderne.
Esiste un confine invisibile, ma invalicabile, che una società civile non dovrebbe mai permettersi di attraversare: quello in cui l’ideologia politica calpesta deliberatamente la dignità dell’infanzia e i diritti umani più elementari. Quando la retorica della sicurezza nazionale smette di essere uno strumento di protezione per trasformarsi in una caccia sistematica all’uomo, e quando i soggetti più vulnerabili della terra — i bambini — diventano pedine di uno scacchiere politico cinico e spietato, non siamo più di fronte a una semplice divergenza di gestione governativa. Siamo davanti a una vera e propria regressione morale, un ritorno a uno stato di natura dove il potere si esercita attraverso la sopraffazione del più debole, tradendo il patto sociale che sta alla base delle democrazie moderne.
Le politiche che mirano a colpire i nuclei familiari e a criminalizzare l’innocenza non possono essere lette come semplici incidenti di percorso o eccessi burocratici. Esse rappresentano gli ingranaggi di un modello autoritario e muscolare che costruisce il proprio consenso alimentando la paura viscerale verso l’”altro”, trasformando il migrante nel nemico pubblico numero uno. Questo approccio, intrinseco a una certa destra populista e radicale, non si limita a una gestione tecnica dei flussi migratori, ma punta a una ridefinizione ontologica dell’essere umano: si stabilisce, arbitrariamente, chi possiede diritti inalienabili e chi può essere ridotto a un numero, a una minaccia o a un “criminale violento” fin dalla nascita. Usare i figli come ostaggi per colpire i genitori non è solo una strategia amministrativa, è una tattica di terrore psicologico che richiama i capitoli più bui del secolo scorso.
Questa visione del mondo, caratterizzata da un nazionalismo esasperato, non resta confinata entro i confini americani, ma agisce come un virus ideologico che bussa prepotentemente alle porte dell’Europa, cercando di scardinarne i valori fondanti. Il disprezzo per le istituzioni internazionali e per i trattati sui diritti umani sono i segnali inequivocabili di una politica intrinsecamente guerrafondaia. Non si tratta solo di conflitti armati tradizionali, ma di una “guerra ibrida” combattuta attraverso sanzioni punitive, muri di filo spinato e un isolazionismo che mette a repentaglio la stabilità globale. L’Europa, che ha costruito la sua identità proprio sulle macerie dei totalitarismi, ha oggi il dovere storico di riconoscere questi sintomi: l’attacco sistematico alla verità dei fatti, la militarizzazione del controllo sociale e l’emergere di un egoismo nazionale che nega ogni forma di solidarietà e cooperazione.
Tutto questo trova oggi il suo epicentro nel ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la cui amministrazione ha elevato la disumanità a protocollo burocratico. Tuttavia, il trumpismo non è un fenomeno isolato: esso trova sponda e legittimazione in Europa attraverso leader come Giorgia Meloni. Il governo Meloni, lungi dal prendere le distanze da queste derive, spalleggia apertamente la linea trumpiana, importandone il linguaggio identitario e la logica dell’esclusione. Questo asse transatlantico tra Washington e Roma non rappresenta solo un’intesa politica, ma una minaccia coordinata alle conquiste civili del dopoguerra, un tentativo di normalizzare l’autoritarismo agli occhi dei cittadini europei.
Denunciare queste derive non è dunque una semplice scelta di campo politica, ma un imperativo etico non negoziabile per chiunque creda nella libertà. Il fascismo moderno ha imparato a evolversi, abbandonando spesso le vecchie divise per nascondersi dietro proclami incendiari, ordini esecutivi disumani presentati come “necessari” e una costante normalizzazione della crudeltà quotidiana. Dobbiamo urlare la nostra vergogna di fronte a queste atrocità, ma dobbiamo farlo con la forza della consapevolezza e della memoria storica. Solo restando vigili e rifiutando di abituarci all’orrore potremo impedire che il cinismo diventi la nuova lingua delle nostre istituzioni e che il futuro delle prossime generazioni venga sacrificato sull’altare dell’odio.
Antonio Laria

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