
Bologna, 2 agosto 2025. Quarantacinque anni dopo, l’Italia torna in piazza a piangere le sue vittime. Ma non si illuda nessuno: quello a cui abbiamo assistito non è solo un rito civile. È l’ennesimo spettacolo dell’ipocrisia istituzionale. Lacrime e corone da parte di uno Stato che per decenni ha mentito, depistato, protetto, promosso. Sì, promosso. Perché alcuni dei mandanti, dei complici, degli insabbiatori della strage del 2 agosto 1980 hanno fatto carriere brillanti, coperte da toghe, stellette, grembiulini massonici e poltrone ministeriali.
E oggi , quarantacinque anni dopo , abbiamo ancora ministri che balbettano davanti alla parola “fascismo”, presidenti del Senato che vengono fischiati perché incarnano l’ambiguità elevata a sistema, e premier che parlano di “pagine buie” senza mai aprire davvero il libro.
Il presidente Mattarella ha avuto, come sempre, il coraggio delle parole: “strategia eversiva neofascista”. Ma chi, in questo governo, raccoglie quell’atto di verità? Nessuno. Perché se lo facesse, dovrebbe spiegare come mai oggi in Italia si continua a legittimare l’eredità politica e culturale dell’MSI, partito d’origine degli esecutori della strage.
Non basta dire: “la giustizia ha fatto il suo corso”. No. Lo ha fatto nonostante lo Stato. Lo ha fatto contro le omissioni dei servizi, contro i dossier distrutti, contro i comandi opachi che hanno protetto i carnefici. Lo ha fatto grazie a magistrati isolati, giornalisti minacciati, familiari ostinati come Paolo Bolognesi, che oggi lascia il suo incarico con l’amaro in bocca di chi ha sfidato il fango e la viltà di un Paese senza memoria.
La ministra Bernini, contestata pubblicamente, si è detta “onorata di essere qui”. Ma a fare cosa? A prendersi gli applausi della facciata e a dissociarsi – con diplomazia tossica – dalle verità scomode urlate da chi non ha più nulla da perdere? No, ministra. Non serve la presenza se manca la coscienza.
Il corteo è passato accanto al cantiere del tram. Metafora perfetta: in questo Paese la memoria inciampa sempre nei lavori in corso. Troppi cantieri aperti, troppi archivi chiusi. Troppe commemorazioni senza verità. E intanto i colpevoli hanno invecchiato tranquilli, molti di loro protetti, alcuni ancora riveriti. Altri, semplicemente spariti dalle cronache: come se il tempo potesse cancellare le bombe.
E allora diciamolo chiaramente: la Repubblica ha fallito. Perché una Repubblica che non chiama i carnefici col loro nome, che non punisce chi ha coperto, che non educa le nuove generazioni alla verità, è una Repubblica che ha rinunciato a se stessa.

Dove sono i manuali di storia che spiegano la strategia della tensione? Dove sono le lezioni sul ruolo dei servizi deviati, di Gladio, della P2, dei legami tra neofascisti e vertici dello Stato? Dove sono le inchieste sui “pensionati” di via Gradoli, sui passaporti diplomatici usati per fuggire, sui fondi neri distribuiti per silenziare?
Il problema non è che Meloni non riconosce la matrice neofascista. Il problema è che non vuole riconoscerla. Perché farlo significherebbe ammettere che il sangue alla stazione di Bologna non è frutto di follia, ma di una precisa scelta ideologica. Una pianta velenosa che non è mai stata estirpata. Al contrario, innaffiata con revisionismi, nomine istituzionali discutibili e una narrazione tossica che parla di “pacificazione”, ma significa solo oblio.
Bolognesi ha detto: “Condannare la strage senza condannarne la matrice è come condannare il frutto e continuare ad annaffiarne le radici.” Ha ragione. Ma qui non si annaffia per distrazione. Qui si coltiva scientemente l’ambiguità, perché è comoda, redditizia, elettoralmente funzionale.
A 45 anni di distanza, l’Italia non ha bisogno di cerimonie. Ha bisogno di resa dei conti.
O si sta con le vittime, o con i depistatori.
O si sta con la Costituzione nata dall’antifascismo, o con chi nega la storia per convenienza.
O si chiama quella bomba “fascista”, o si resta complici.
E allora, se la politica non ha il coraggio di dirlo, lo dica la stampa. Lo dica chi ancora crede che informare significhi prendere posizione. Perché la verità, in questo Paese, non è mai stata neutra.
E oggi più che mai, tacerla è un crimine.
Daniela Piesco

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