
Il voto della Camera sul nucleare si profila più come l’ennesima mossa propagandistica del Governo che come un vero atto in direzione dell’autonomia energetica.
Una mossa per nascondere il fallimento odierno sulle rinnovabili e rinviare la palla lontano, a dieci anni e forse più, ammesso che realmente si riescano a realizzare le centrali.
La realtà fotografa un’Italia strozzata dal caro energia, dove gli obiettivi del PNIEC, il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, per il 2030 stanno drammaticamente fallendo.
Nel 2025 le nuove installazioni per la produzione di energia rinnovabile hanno registrato una battuta d’arresto, con un calo del 6-8%.
La responsabilità di questo blocco è interamente politica: i decreti del Governo, come il restrittivo decreto “Agricoltura” e la caotica gestione del decreto “Aree idonee”, hanno paralizzato gli investimenti privati, creando una giungla burocratica che vieta i pannelli a terra e blocca i parchi eolici.
Dunque, si sceglie di non fare ciò che sarebbe concreto e cantierabile oggi per inseguire il miraggio atomico.
La strategia dei piccoli reattori modulari, gli SMR, si scontra con ostacoli strutturali che la propaganda governativa finge di non vedere. Infatti, lo stesso ricorso alla legge delega è un espediente che dilata i tempi: ogni singolo provvedimento attuativo dovrà passare dal Parlamento e, più si avvicineranno le scadenze elettorali, più partiti e parlamentari -compresi quelli di destra- si sfileranno per ovvie convenienze.
Il vero banco di prova sarà la localizzazione delle centrali. Sarà lampante il corto circuito della sindrome “non nel mio cortile”, la cosiddetta NIMBY, Not In My Back Yard: vedremo cosa faranno gli enti locali e i governatori regionali, anche di destra, di fronte alla rabbia dei propri cittadini.
Senza contare lo scoglio democratico: gli italiani hanno già bocciato il nucleare per due volte, con i referendum del 1987 e del 2011.
L’incapacità dello Stato nella gestione dell’atomo è d’altronde già certificata dal passato. Non siamo ancora riusciti a individuare il sito per il Deposito Nazionale delle scorie e, per smantellare le quattro vecchie centrali dismesse, Sogin ha già speso oltre 5 miliardi di euro di soldi pubblici senza completare i lavori.
Evocare oggi la transizione nucleare serve solo a coprire le inadempienze sulle fonti pulite e a distogliere l’attenzione dalle bollette che continuano a soffocare famiglie e imprese.
In un Paese serio si discuterebbe e si prenderebbero provvedimenti per realizzare l’ambizioso obiettivo del PNIEC, che prevede entro il 2030 di produrre quasi i due terzi, circa il 65%, dell’energia elettrica da fonti rinnovabili.
Abbiamo installato finora 82 GW. Per toccare il traguardo dei 131 GW entro il 31 dicembre 2030, all’appello mancano ancora 49 GW.
Nel 2025 l’Italia ha installato circa 7,2 GW di nuova potenza verde. Per recuperare il terreno perduto e centrare i 131 GW del PNIEC, il Paese deve fare un cambio di passo immediato: le installazioni annuali nel quinquennio 2026-2030 devono salire a quasi 10 GW all’anno.
A mio avviso, è su questo che dobbiamo concentrarci: stabilire regole chiare e procedere a una drastica semplificazione della burocrazia.
In questo quadro, per recuperare slancio nell’attuazione del piano, è necessario valutare di impiegare parte dei nuovi finanziamenti europei per la transizione energetica a favore di un sostegno robusto alle iniziative di installazione di energia rinnovabile e di risparmio energetico delle famiglie e delle imprese, nel settore residenziale e nelle aziende.
Le rinnovabili sono disponibili subito, costano meno, si installano in tempi molto più rapidi e possono contribuire già entro il 2030 ad abbassare il costo dell’energia. Il nucleare, invece, anche nella versione dei piccoli reattori modulari, appartiene a un orizzonte lontano e incerto.
Dunque, il vero confronto non è astratto tra tecnologie, ma politico e concreto: tra ciò che possiamo realizzare nei prossimi quattro anni e ciò che forse arriverà tra quindici o vent’anni, nella migliore delle ipotesi, e forse mai in quella più realistica.
Quanto al nucleare, nessun pregiudizio: al momento l’unica mossa seria sarebbe insistere nel finanziare la ricerca verso un nucleare sicuro.
La vera rivoluzione, quella che risponde davvero alla definizione di energia pulita, senza scorie e inesauribile, è la fusione: lo stesso meccanismo che accende il Sole.
L’Italia è in prima linea: presso il Centro Ricerche ENEA di Frascati è in costruzione il progetto DTT, Divertor Tokamak Test, un’infrastruttura da oltre 700 milioni di euro a cui partecipano Eni e CNR.
I principali programmi internazionali prevedono i primi reattori dimostrativi solo verso la metà del secolo e una possibile diffusione commerciale su larga scala nella seconda metà del secolo.
Faccio una previsione realistica: è assai probabile che in Italia venga realizzata una centrale pulita a fusione nucleare prima di una piccola centrale nucleare modulare, che non è pulita e produce scorie radioattive.
Il tema dell’energia è troppo serio per perdere tempo e denaro in iniziative propagandistiche, come sta facendo il Governo.
Oggi la priorità è accelerare su rinnovabili, reti, accumuli ed efficienza energetica.
Enrico Rossi

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