E’ nuovamente il momento dei censori e dei difensori della morale che non hanno memoria.
Dunque, in occasione dell’ennesima abbuffata di intercettazioni, regali questa volta, si sono accorti di quanto sia brutta, sporca e cattiva l’Italia nella quale viviamo.
Glissando, i più ma non tutti, sull’ennesimo tritacarne mediatico basato su intercettazioni la cui uscita viene accuratamente distillata per raggiungere il massimo effetto, i difensori della morale ci parlano con disgusto della mediocrità dilagante, della corsa ai facili guadagni, della mancanza di principi elevati, etc. etc.
Sono, beninteso, tutte cose che condividiamo. Anche se ci riuscirebbe difficile, per senso del ridicolo e del limite, usare gli stessi toni scandalizzati di chi vuol suggerire che è fatto di ben altra pasta. Ma condividere queste valutazioni, non ci impedisce di ricordare, a questi custodi della pubblica morale, il contributo da loro stessi dato, in prima persona, alla degenerazione della cosa pubblica in Italia.
Ai tempi gloriosi di Tangentopoli, cioè della cosiddetta rivoluzione giudiziaria, protagonisti e cantori della spesso vile caccia a una sola parte della classe politica di allora non provavano alcuna vergogna a sostenere un concetto che è bene ora rinfacciare loro.
Si tratta della dichiarata ed esaltata volontà di voler perseguire per via giudiziaria il rinnovamento della politica italiana, da troppo tempo ingessata (era vero, ma non toccava ai magistrati, bensì agli elettori porvi rimedio).
Una autentica palingenesi che veniva prospettata agli Italiani, come per invitarli a chiudere gli occhi di fronte agli evidenti eccessi ed alla insopportabile obliquità di una giustizia fattasi spettacolo e strumento di potere (quindi di parte). Si distinsero in particolare in questa opera: una parte della magistratura che potremmo definire “deviata”; alcuni partiti che fecero da sponda venendo risparmiati e cioè PDS (che ora si chiama DS), MSI (che ora si chiama AN) e Lega, che continua a chiamarsi Lega; i detentori del potere economico, finanziario e mediatico, che stanno sempre al loro posto, salvo aver incrementato come era nella logica e forse nei patti, le loro fortune.
Ecco, ora ci siamo: il re (non Vittorio Emanuele) è nudo. La palingenesi promessa non c’è stata. Nessun miglioramento etico, tanto meno politico. A lor signori non importa nulla perché l’obbiettivo era e resta incrementare le loro fortune. Ma che, attraverso i loro giornali e le loro penne un tanto al chilo non ci prendano per i fondelli.
Nuovi scandali: e la palingenesi della rivoluzione giudiziaria
Una autentica palingenesi veniva prospettata agli Italiani, per invitarli a chiudere gli occhi di fronte agli eccessi ed alla obliquità di una giustizia fattasi spettacolo e strumento di potere (quindi di parte). Oggi si vedono i risultati!

Domenica si vota dopo sessant’anni per l’ammodernamento della costituzione del 1946, sigillo antimonarchico della repubblica. Otto giorni prima del referendum Vittorio Emanuele, figura comunque mediocrissima, viene accusato d’essere né più né meno che un magnaccia. Dietrologia? Non credo, ma quel che più sconcerta è il livello pietoso delle sinistre, talmenti vili e codarde da aver terrore anche d’uno starnuto sulla storia. Antonio Dani (a.dani@hotmail.it)