Non sempre le riforme sono cosa buona e giusta. Non solo quelle Costituzionali.
E’ il 31 dicembre 1962: da appena un mese è stata portata a termine dal quarto governo Fanfani la nazionalizzazione dell’energia elettrica, mentre ora, con la legge n.1859, si vara la nuova Scuola media unificata. Qualcuno l’ha definita la più importante riforma scolastica del dopoguerra, ma oggi , col senno di poi si può constatarne il fallimento a giudicare dal livello culturale del Paese sotto gli occhi di tutti.
Siamo certi che le riforme siano accettabili auspicabili e ottimizzanti rispetto a ciò che si lascia?
No, è una domanda, e per niente retorica.
E’ il 31 dicembre 1962: da appena un mese è stata portata a termine dal quarto governo Fanfani la nazionalizzazione dell’energia elettrica, mentre ora, con la legge n.1859, si vara la nuova Scuola media unificata. Qualcuno l’ha definita la più importante riforma scolastica del dopoguerra, ma oggi , col senno di poi si può constatarne il fallimento a giudicare dal livello culturale del Paese sotto gli occhi di tutti.
Contro la Riforma Gentile, Ministro della Pubblica Istruzione del governo Mussolini nel 1923 che la elaborò insieme a Giuseppe Lombardo Radice. La più fascista delle riforme, come la definì lo stesso Duce, rimasta in vigore inalterata nella sostanza anche dopo l’avvento della Repubblica. Alla base di questa impostazione c’era una presunta concezione aristocratica della cultura e dell’educazione: una scuola superiore riservata a pochi, considerati i migliori, vista come strumento di selezione della futura classe dirigente. Lo spazio eccessivo dato dalla scuola gentiliana alle materie umanistico-filosofiche a scapito di quelle scientifiche, era stato spesso criticato fin dal momento della sua approvazione, sia dagli oppositori del regime sia da studiosi, come diversi membri dell’Accademia dei Lincei, che ritenevano un errore non proporre gli allievi, soprattutto i più giovani, dal rigore e dalla precisione delle materie scientifiche, a vantaggio di una visione più astratta dunque meno pragmatica delle varie correnti del pensiero filosofico.
La nuova legge invece rispetta, nelle intenzioni del legislatore, alcuni articoli inattuati della Costituzione. Si perseguono infatti i dettami dell’articolo 34 che predica l’istruzione obbligatoria per almeno otto anni con l’attuazione della fascia dell’obbligo fino all’età di 14 anni, in modo totalmente gratuito. Che non avverrà compiutamente mai perchè i libri di testo si comprano ancora. Senza dire della deriva descolarizzante dovuta, almeno in parte, anche all’immigrazione nonchè al depauperamento intestino. Nell’intenzione del legislatore viene auspicato dunque non un filtro selettivo, come avveniva nella vecchia scuola media, bensì un ampio ventaglio di materie per i preadolescenti, che avrebbe dovuto facilitare la scelta del successivo ciclo di studi .
Col senno di poi abbiamo potuto altresì constatare che quella infausta legge anzichè incrementare l’istruzione elevare l’educazione e accrescere il livello culturale del Paese ha indotto a livellare verso il basso, conducendo a un’ignoranza forse difficile, ma non impossibile, da prevedere. Sostenuta poi dal 68, con i magni esami di gruppo e voto unitario e collettivo. Che avrebbero dovuto odorare di libertà e creatività giovanile e si sono dimostrati invece fucina di ignoranza.
Dato che la mia carriera universitaria si è svolta a cavallo del 68 appunto, ho toccato con mano tutto quanto espongo. Prima del sessantotto era dura, perfino la mia Facoltà, Magistero, considerata fra le più facili e poco sostanziose. Dopo il 68 diventò una pantomima, almeno nei primi tempi. Insieme a facoltà destabilizzate per antonomasia, come Architettura.
Avevo lasciato gli studi universitari per alcuni anni sabbatici, come usa dire oggi, ma lavorando. Per volare verso mondi sconosciuti come assistente di volo. Rientrata nei ranghi dopo qualche anno, decisi di dare quei tre esami che mi mancavano alla laurea, anche per onorare mio padre e mia madre che avevano fatto sacrifici. Fu dura reinserirmi nell’ambiente universitario ma gli esami furono una pacchia. L’ ultimo esame di filosofia si esauriva in un testo di Moravia, Sergio non Alberto. La scienza del’uomo nel settecento, per altro molto interessante, non fu nulla rispetto al lettorato ante 68 di Preti Giulio, sulla scolastica del trecento, che non ero mai riuscita a superare , per ben tre volte. La prima solo presentata la seconda entrata e scappata la terza buttata fuori, come si era soliti dire, qualche mese prima della rivoluzione sessantottina. Rientrata negli anni settanta i terribile esigente prof era morto pace all’anima sua e la cattedra era stata ereditata da Moravia appunto, di pochi anni più grande di me. Altra esperienza esperita fu quella di prendere atto e visione, nell’attesa di dare il mio, singolo, a un esame di gruppo. Un grande tavolone ovale , una decina di studenti. Uno parlava e gli altri manco una parola. Sociologia. Trenta a tutti senza avere proferito verbo.
E, ciliegina sulla torta, mi fu riconosciuta un elevazione della media di quattro punti rispetto agli esami dati ante 68. Dall’esimio relatore della mia tesi, Prof. Lamberto Borghi, quale riconoscimento delle difficoltà precedenti.
Presumo naturalmente che questa attenzione e questo privilegio fossero riservati a tutti gli studenti nelle mie condizioni. Che allora accolsi, come è facile immaginare, magno cum gaudio. Ma oggi capisco che qualcosa non andava per quanto sarebbe poi accaduto nel sistema scolastico.
E ora ne paghiamo le conseguenze, sempre con le dovute eccezioni naturalmente. E a quasi mezzo secolo di distanza ci rendiamo conto del fallimento del buonismo e del permissivismo.
Ma anche nella scuola ante 62/68 si poteva scegliere secondo le proprie capacità e possibilità. Le difficoltà oggettive nel proseguire gli studi oltre i 14 anni da parte delle classi più deboli erano palesi, ma lo sono ancora oggi come dimostra l’incipiente descolarizzazione in atto, purtroppo. Ma talvolta erano un alibi . Ricordiamo come nel dopoguerra famiglie della stessa classe media impiegatizia con stipendi identici facevano studiare i figlioli, come si diceva allora , anche con sacrifici, mentre altre preferivano, per una scelta egoistica non sempre necessaria, mandarli a lavorare. Che fortunatamente il lavoro c’era per tutti.
Poi ci fu quel rattoppo per l’ingresso al liceo di chi aveva fatto le cosiddette commerciali. O, in seguito, gli esami di latino per l’ammissione al classico. Dato che la lingua morta , considerata poco utile e obsoleta, era stata declassata nella neo scuola media unica.
Insomma almeno tre generazioni hanno usufruito di un’istruzione piena di rattoppi e pannicelli caldi, di ripensamenti, che hanno dato origine a una notevole destabilizzazione dell’istruzione e di conseguenza della cultura. Sulla testa di scolari e studenti.
E oggi ormai dobbiamo prendere atto di una realtà. Queste belle scelte scriteriate ci son costate l’iradiddio e ora le paghiamo con gli interessi. Siamo stati cicale in tutto anche nella cultura, che abbiamo bellamente svenduta o scialacquata.
Ma tutti i politici , durante i propri ruoli istituzionali che garantiranno emolumenti a vita, gradirebbero, i più ambiziosi, lasciare il proprio nome attaccato a una legge leggina riformetta o addirittura una riforma costituzionale.
Dunque ci interroghiamo. Dobbiamo davvero far pagare i nostri errori alle nuove generazioni? Ci attanaglia il dubbio se lasciare la realtà così com’è o tentare di cambiarla. Ma è proprio questo termine, tentare, che non va. Giusto per cambiare, che tanto dopo ci sono gli aggiustamenti, i pannicelli caldi appunto, sulla testa dei cittadini. Mentre una riforma come si deve, specie se costituzionale, dovrebbe avere una solida base condivisa, supportata da un’ampia maggioranza attendibile, e non da una maggioranza risicata da una parte inesistente dall’altra, soggetta a continui ricatti per dare alla luce una riforma frutto di biechi accordicchi e compromessi di stampo politico, della serie tu mi dai una cosa a me. .
Siamo certi che le riforme siano sempre accettabili e ottimizzanti rispetto a ciò che si lascia? No, è solo una domanda, e per niente retorica.
Note a margine
L’organizzazione della scuola gentiliana si basava su un ordinamento gerarchico e centralistico. Una scuola di tipo aristocratico, pensata e dedicata ai migliori e non a tutti e rigidamente suddivisa a livello secondario, classico-umanistica per la classe dirigente e professionale per la classe lavoratrice. Le scienze naturali e la matematica furono quindi messe in secondo piano, mentre le discipline tecniche correlate venivano prese in considerazione solo per le professioni. La scuola concepita da Gentile è severa ed elitaria. Gli studi superiori per pochi per i migliori.
La scuola media fu istituita con la riforma Bottai nel 1940 che unificava i primi tre anni del ginnasio, dell’istituto tecnico inferiore e dell’istituto magistrale inferiore, le tre scuole medie inferiori che consentivano il proseguimento degli studi, tramite l’esame di licenza elementare e un esame di ammissione.
Il latino rimaneva un insegnamento obbligatorio, come nelle tre scuole precedenti.
Il programma di studi era basato sul vecchio ginnasio (italiano, latino, storia, geografia, etc), ma prevedeva anche lo studio delle scienze naturali, come nell’istituto tecnico, della musica e del disegno, come nel vecchio istituto magistrale.
La scuola d’avviamento professionale, la quarta scuola media inferiore fino ad allora esistente, non consentiva il proseguimento degli studi, rimase regolarmente in attività. L’istruzione dunque, ancorchè a livelli differenziati era garantita a tutti.
Ma fra Gentile e il 68 ci sarà pure una terza via.
Carla Ceretelli

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