Un primo passo potrebbe essere quello di dare personalità giuridica ai partiti e escludere dalla vita democratica del paese quelli personali che servono ai leader per “fare affari”.

-la democrazia contemporanea è una democrazia fondata sui partiti;
-se i partiti non sono democratici è improbabile che si abbia democrazia nel sistema politico;
-per tanto è cruciale che un partito che combatte per la democrazia nel sistema politico, abbia natura, struttura e funzionamento riconducibili alla democrazia.
A distanza di molti anni, un politologo Italiano, Giovanni Sartori, su cui evito di dare un mio giudizio (ma ci sarebbe da dire tanto su chi come egli ha teorizzato in lungo e in largo negli ultimi vent’anni), sostiene che in realtà per avere democrazia nel sistema politico basta avere libera concorrenza tra partiti a prescindere se i partiti hanno o non hanno al loro interno una vita democratica. Dire che i fatti stanno dimostrando altro, dovrebbe bastare, ma il motivo per cui mi appresto a scrivere queste poche righe non risiede tanto in quello che sosteneva Michels o Sartori, ma riguarda le teorie sulla democrazia partecipativa, sponsorizzata da due americani di nome Ackerman e Fishkin.
Un grande studioso della democrazia, Guido Calogero in un bellissimo scritto dal titolo l’ABC della democrazia inizia così: “È stato detto che la democrazia è il sistema di contare le teste invece che di romperle. Vediamo che cosa implica questa definizione dall’aspetto un po’ bizzarro. Anzitutto, per rompere o per contare le teste ci vuole qualcuno che le rompa o le conti. Ogni atto di questo genere è un atto di una determinata persona[?]”. Non essendo il caso di continuare con il libro credo che già queste poche righe diano perfettamente il senso di quello che è la democrazia, cioè un fenomeno influenzato da quelli che sono i comportamenti dei singoli, infatti, più avanti Calogero si pone una domanda:
che cosa debbo fare per essere un buon democratico?
Rispondere a questa domanda apparentemente semplice,implica un profondo ragionamento su quelli che sono i comportamenti delle persone e su come questi danno il loro contributo affinché la democrazia possa trovare in se stessa, la forza di resistere a derive autoritarie o a non essere come nell’epoca che stiamo vivendo al minimo della credibilità.
Sono fortemente convinto che modelli diversi dalla democrazia rappresentativa non possano esistere, tranne che per poche eccezioni, ad esempio, è da tenere in considerazione il percorso “partecipativo” che ha portato alla redazione della costituzione islandese, ma se il discorso può valere per la costituzione, è ovvio che non può valere per l’attività legislativa o di governo quotidiana, perché democrazia senza organizzazioni politiche, comunemente chiamati partiti, non può esistere. I partiti rappresentano lo strumento che porta i cittadini a scegliere i propri rappresentati i quali sono tenuti a dar conto al paese delle scelte fatte nell’esercizio della loro funzione. Secondo Ackerman e Fishkin, dovrebbero essere i cittadini, attraverso dei sondaggi deliberativi, a prendere le decisioni, aggiungendo, però, un concetto (che potrebbe anche essere pericoloso, per le possibile derive a cui si rischia di andare incontro) che è quello “dell’opinione pubblica informata”. Poter giudicare il punto fino al quale l’opinione pubblica è informata o disinformata, è a mio avviso il problema principale, chi stabilisce il livello d’informazione o disinformazione dell’opinione pubblica? A questa domanda, rimando all’inizio quando ho trascritto le poche righe di Calogero con cui inizia il libro, e cioè a tutto il discorso delle teste e di chi le conta. Tra l’altro un altro principio che rende tale la democrazia è il principio che il parlamentare, quindi il rappresentante, è eletto senza vincolo di mandato, cioè rappresenta la nazione nel suo insieme e i suoi interessi generali.
A questo bisognerebbe aggiungere quali diritti per le minoranze? Qualcuno potrebbe obiettare che se i cittadini sono tutti informati, sarebbero concordi nell’accettare la nuova legge deliberata dagli “informati”, ma è qui che a mio avviso crolla il ragionamento, cioè tra il concetto del cittadino informato e capace di prendere le decisioni e chi non è informato o la pensa semplicemente in maniera diversa. È sempre Calogero che ci viene in soccorso quando sostiene che in realtà la democrazia attraverso la politica e la rappresentanza, non è altro che “l’accordo tra i conviventi ad accettare una regola comune” e tutto il ragionamento non può che svilupparsi su quale metodo utilizzare per arrivare all’accettazione più larga possibile tra i cittadini. Questo non significa, che nell’attuale sistema della democrazia rappresentativa, abbiamo una decisione presa da chi non è in grado o è poco saggio, perché in realtà questo sistema pone chi è più saggio o più sapiente, al confronto: perché non è saggio soltanto colui che ha le opinioni migliori, ma anche (e più) colui che è insieme capace di convincere gli altri che le sue opinioni sono le migliori; cioè che non solo è capace di ben pensare, ma anche di condurre altrui a ben pensare (cit. Calogero). Detto questo, credo si possa affermare l’assunto che la democrazia è tale se più partiti concorrono liberamente alle elezioni e se libero, è il dibattito interno. E’ il presente che non funziona e non significa che bisogna “gettare a mare bambino e acqua sporca”, ma semmai dopo aver lavato il bambino (la democrazia), bisogna poi buttare l’acqua sporca (le attuali storture) nel sistema di depurazione, perché se oggi le istituzioni non funzionano, forse le cause sono da ricercare negli attuali collettori tra istituzioni e cittadini che sono i partiti i quali hanno perso la loro funzione originaria. Perché se dovrebbero esistere gli organi deliberativi in cui i cittadini formano la loro opinione in base alle informazioni ricevute, significa che si vogliono superare i partiti i quali al loro interno dovrebbero essere organizzati in maniera tale da arrivare a proposte politiche attraverso i loro rappresentati al governo o negli organismi legislativi attraverso una libera discussione interna e un primo passo potrebbe essere quello di dare personalità giuridica ai partiti e escludere dalla vita democratica del paese quelli personali che servono ai leader per “fare affari”.

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