Alla Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Firenze il prof. Pietro Ichino ha colto l’occasione di un seminario di specializzazione postuniversitaria, aperto a professionisti, avvocati e consulenti del lavoro, dirigenti ed operatori della pubblica amministrazione, sindacalisti per ribadire le sue tesi. Sono tesi che riguardano i temi all’attenzione in questi giorni: nell’ambito del diritto del lavoro e nelle sue incursioni nel campo politico e – perché no – sindacale, anche se, come sottolineava lo stesso Ichino, il diritto del lavoro rischia di essere solo una sterile e vuota esercitazione, se non viene consumato in un’ipotesi di movimento e coniugato con le altre materie protagoniste delle scienze sociali, economia e sociologia in primo luogo.
Al di là dei dettagli tecnici sulla materia in corso di discussione e sulla proposta legislativa in tema di risistemazione e riqualificazione del pubblico impiego, credo sia importante sottolineare almeno due principi emersi con forza.
Il primo è che la riforma del 1993 e quella successiva del 2001, variamente influenzate o firmate da Cassese e Bassanini, pur in presenza di sani principi, sono ancora ai nastri di partenza. Di fatto non è stato raggiunto l’obiettivo strategico della privatizzazione, consistente nel miglioramento delle prestazioni dell’amministrazione pubblica attraverso la responsabilizzazione della struttura a tutti i livelli e l’obiettivo dell’efficienza nei confronti sia della produzione interna che dei rapporti con il pubblico.
Il secondo è che, al momento attuale e senza, per brevità, volersi addentrare nelle cause, siamo in presenza di un difetto complessivo di responsabilità: a livello dirigenziale per offuscamento o mancato raggiungimento degli obiettivi, a livello generale dei dipendenti per un’esenzione di fatto dai doveri contrattuali e dalle conseguenze disciplinari. Tale difetto di responsabilità, o tout court irresponsabilità, tende ad assumere un carattere circolare, per effetto del quale, a parere del sindacato, le colpe sono dei dirigenti che non fanno il loro mestiere, mentre questi ultimi respingono la chiamata in causa in quanto ritengono di non avere, nello specifico, alcun potere.
Ci troviamo pertanto al cospetto di un quadro in cui crescono incomprensioni, generalizzazioni ed omissioni che sfiancano la macchina organizzativa e contemporaneamente inducono il massimo della sfiducia da parte dell’utenza: i procedimenti disciplinari diventano macchinosi, tanto che i dirigenti vengono disincentivati dall’esercizio del potere disciplinare e la tolleranza diventa, anche se spesso involontariamente, costume.
La proposta della creazione di un organo indipendente di valutazione, o più semplicemente authority come preferiscono gli anglofili, intende ripristinare la cultura delle regole e della legalità all’interno della pubblica amministrazione, come condizione dell’efficienza e nel quadro di un percorso comportamentale tale da poter assolvere con efficacia alle funzioni proprie della macchina dello stato.
Tuttavia si deve ritenere che la proposta non possa essere considerata sufficiente se l’istituzione dell’authority non viene accompagnata da una presa di coscienza e da un impegno programmatico dirompente rispetto al passato. Dirompente nel senso che prima bisogna intervenire in senso opposto alla generalizzazione del sistema retributivo, agli incentivi automatici o a pioggia, alla progressione della carriera avulsa dalle valutazioni di merito ed a tutto ciò che, in nome dell’egualitarismo di derivazione sindacale, si risolve in appiattimento e deresponsabilizzazione. Tutto ciò non è compito (e comunque non può essere solo compito) di quei settori della cultura giuslavoristica che hanno preso in carico questa missione, anche interessando settori parlamentari autorevoli, ma non coordinati o coordinabili in una strategia di governo, ma deve essere una vera e propria azione del governo, che, come tale, della pubblica amministrazione è primo referente e direttamente responsabile.
In questo senso non può essere ritenuto del tutto positivo che l’attuale fase politica passi per un’intesa governo-sindacati, senza un preventivo chiarimento all’interno del governo, che pure in quel di Caserta ne avrebbe avuto l’occasione; il rischio infatti è che il proseguimento della vicenda si possa dispiegare sull’emotività del momento, che risente, da una parte della diffidenza complessiva (verrebbe voglia di dire dell’omertà) con la quale si guarda alla materia da parte del sindacato, dall’altra della impreparazione programmatica del governo e delle sue ormai manifeste ed appurate contraddizioni interne.

Sabino Cassese con il Dlgs 29 pensava di aver risolto tutte le questioni con la formuletta delle tre “E” (efficacia-efficienza-economicità) e con la separazione tra Responsabilità politica e responsabilità gestionale.
Ancor più pensava che qualcuno avrebbe applicato i premi di “produttività” in modo oggettivo.
Sbagliava clamorosamente.
Nel “pubblico impiego”, per intenderci Stato e Parastato garantiti, vi è UN DOVERE AL LAVORO, e non un DIRITTO al lavoro.
Il pubblico impiego, diversamente dal privato, è AL SERVIZIO DELLA COLLETTIVITA’. Nel momento in cui mi sottopongo al “concorso pubblico” richiesto dalla Carta Costituzionale, so che devo SERVIRE LA COLLETTIVITA’ attraverso i suoi rappresentanti eletti democraticamente. NON PUO’ ESSERE UN CONTRATTO. Nel momento in cui si rompe io torno ad essere cittadino e contratto con un datore di lavoro (privato). Nello Stato ed Enti equiparati c’è uno STATO DI SERVIZIO. Invece con l’introduzione del RAPPORTO SINDACALE(primi anni 70), l’Amministrazione viene equiparata al PADRONE (sich!), e scatta il CONFLITTO DI INTERESSI dove il rappresentante politico è sempre soccombente in quanto costrettovi dal fatto elettorale del voto di scambio.
SEDE LEX DURA LEX: chi accetta l’impiego pubblico, in base alla richiesta di concorso dovrebbe sapere che ha un servizio da svolgere e non dei diritti da rivendicare (ha già il posto sicuro, cosa pretende di più?). E I DIRIGENTI PUBBLICI devono rispondere fino in fondo della gestione sulla scorta della media produttivita che vige in una normale Impresa privata. Quando il sindacato si pone in contrasto con la Pubblica Amministrazione si pone in contrasto con la maggioranza della collettività che ha eletto i propri amministratori, quindi quelli che hanno l’obbligo di tutelarne l’interesse comune: CONTRO TUTTI.
E’ triste, ma bisogna ammettere che nel sistema sovietico, proprio perche di “democrazia popolare” collettivizzata, il sindacato non poteva esistere. E avevano ragione UBI MAIOR, MINOR CESSAT.
Le riforme bassaniniane hanno perseguito e perfettamente raggiunto un duplice scopo : da una parte , permettere alla “classe politica” eletta di controllare la dirigenza –sia con le promozioni sul campo,che con le “valutazioni del merito” -; dall’altro eliminare ogni possibilità di controllo (legato alla definizione di responsabilità ) sull’operato della P.A. . Con un elaborato sistema ad incastro che formalmente prometteva efficienza e responsabilità ,con separazione della politica dall’apparato…..ma che in realtà realizzava l’opposto.