Questa volta non c’è bisogno di arrampicarsi sugli specchi per capire chi ha vinto e chi ha perso.
Anche Renzi, alla fine, se ne è dovuto convincere e fedele al suo stile ha dichiarato che con i
Cinque Stelle ha vinto la volontà di cambiamento. C’è da fregarsi gli occhi: l’uomo della rottamazione, il rifondatore delle istituzioni e del sistema politico italiano dichiara fallimento e consegna ai suoi avversari più duri la palma ambita del rinnovamento?
Non è così, ovviamente ; guai a fidarsi dei giochi di parole.
Quello del segretario/presidente è solo un modo per preparare un conto più salato alla minoranza del PD, che con i suoi distinguo avrebbe tarpato le ali al volo del renzismo ed impedito agli italiani di apprezzare il miracolo che si stava realizzando.
Un simile approccio non aiuta a comprendere ciò che si è espresso col voto: i cambiamenti in atto investono le strutture profonde della società italiana, il modo di vivere il presente e di vedere il futuro, la necessità di sicurezze e di valori, di un’etica pubblica diversa, la disaffezione e il distacco, ma anche la voglia di capire e di mettere in discussione il modo in cui stiamo in Europa e nel mondo.
Non è certamente finito Renzi, ma si è esaurita la fase del renzismo trionfante: quello che ci lascia è soprattutto un futuro di grandi incertezze, e ciò la dice lunga sul bilancio politico da trarre.
Le incertezze riguardano tutti, vincitori e vinti; riguardano, quindi, il Paese.
Quello che si è chiamato a lungo centro-destra ha confermato un bacino elettorale più o meno equivalente agli altri due poli, ma non ha oggi né una proposta politica credibile e unificante, né una classe dirigente capace di tradurre questa forza in risultati elettorali. Tenere insieme le posizioni più estreme, ridimensionate dal voto rispetto alle aspettative, con quelle di matrice liberal- popolare e riformista, appare oggi una missione quasi impossibile.
Ma, se non verrà tentata, l’alternativa sarà quella di puro supporto nei ballottaggi al Movimento Cinque Stelle. Oppure, dall’altra parte, quella di acquattarsi nell’orbita renziana, dove stanno naufragando le ben diverse ambizioni iniziali del partito di Alfano, insieme a quelle dei soci fondatori del partito della Nazione, vivo e vegeto solo in Parlamento.
Altrettanto ineludibili sono le scelte cui è chiamato il PD. Quello imposto da Renzi al suo partito è in sostanza un cambiamento dell’anima: per una comunità abituata, con tutti gli errori, ad una sorta di sacralità della politica e dei suoi riti partecipativi non solo formali, il passaggio al partito del leader è qualcosa di più profondo di un trauma. Anche perché i contenuti politici sono mutevoli ed evanescenti ed i valori della tradizione vengono ripudiati, senza nemmeno una elaborazione del lutto. Tutto ciò diventa più indigeribile quando svanisce l’immagine vincente e si comincia a percepire la quasi-certezza di avere fatto scelte a beneficio altrui, come quelle della legge elettorale, che potrebbe regalare ai Cinque Stelle il premio di un ballottaggio dall’esito scontato.
Ma anche loro, i vincitori di oggi, hanno davanti grossi nodi da sciogliere. Le vittorie di Roma e ancor più di Torino hanno ben poco in comune con la predicazione confusa e con gli eccessi, spesso imbarazzanti, degli inizi. Non c’è stato, in quelle grandi città, soltanto un voto a dispetto; quei successi sono frutto di candidature apparse credibili anche ad una larga fetta di elettorato moderato, per i toni e almeno in parte per le proposte e per i contenuti. Più o meno condivisibili, questi ultimi, ma certo non liquidabili genericamente come espressione di populismo antisistema.
Sin troppo scontato dire che il difficile comincia adesso, con la prova del fuoco. Consolidare nell’ amministrazione di due metropoli il profilo che ha portato al successo nel voto, oppure clamorosamente smentirlo, è il bivio che deve affrontare il Movimento 5 Stelle.
La scelta non appare evitabile; in un caso o nell’altro, politicamente non sarà a costo zero.

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