
Il salario minimo a nove euro lordi all’ora è una proposta forte della sinistra ed è oggi un passaggio obbligato e necessario.
È una battaglia di civiltà per milioni di lavoratori che vivono una condizione estrema di sfruttamento e sono poveri nonostante un impiego a tempo pieno.
Ma non si può affermare, come accade spesso di sentire, anche con le migliori intenzioni, che “sotto nove euro all’ora é sfruttamento” come se sopra quella soglia non lo fosse più.
Se vogliamo davvero guardare a un futuro dove il lavoro ritrovi la sua piena centralità nella società e sia adeguatamente riconosciuto e valorizzato non possiamo permettere che una soglia monetaria diventi l’unico orizzonte della sinistra.
Il concetto di sfruttamento della forza-lavoro in Marx ci fornisce uno strumento per mantenere viva una critica al capitalismo e al suo modo di produrre che riduce il lavoro, attività essenziale per l’uomo, a una merce come le altre.
Marx divide la giornata lavorativa in due parti: il lavoro necessario che é il tempo in cui il lavoratore produce un valore pari al proprio salario e il plus lavoro, cioè il tempo in cui il lavoratore continua a produrre valore e di cui il capitalista si appropria.
Lo sfruttamento è esattamente questo: l’appropriazione privata di questo pluslavoro, di questo plusvalore sul cui uso decide il capitalista.
Sotto il capitalismo, il lavoro diventa alienato. Il lavoratore non lavora per realizzare se stesso, ma per produrre un oggetto che non gli appartiene, attraverso un processo che non controlla.
In una società socialista, il plusvalore non sparisce, una parte del lavoro deve essere ancora “trattenuta” ma sull’uso di questa parte non decide solo il padrone né é libero di rimpinguare il profitto privato fino ad accumulare, come avviene oggi, ricchezze esorbitanti.
In una prospettiva di avanzamento verso il socialismo la democrazia entra in fabbrica e il plusvalore serve a scopi sociali: fondi di riserva comuni per far fronte a calamità e emergenze; investimenti per sostituire macchinari usurati o espandere la produzione; soddisfacimento di bisogni della collettività come scuole, ospedali, asili e servizi pubblici; sostentamento per chi non può lavorare (anziani, bambini, malati).
Questi pensieri marxiani sono tutt’altro che superati e oggi aiutano a capire una realtà di sfruttamento ancor più pervasiva. Come ci ricorda una recente riflessione di Roberto Ciccarelli nel suo saggio “Sfruttamento”, il capitale oltre a occupare le nostre fabbriche e i nostri uffici, decidendo del nostro lavoro, ha finito per colonizzare anche l’intera nostra esistenza.
Se per Marx lo sfruttamento avveniva entro le ore di lavoro, oggi il capitale ha trovato il modo di estrarre valore da ogni istante della nostra vita.
Smartphone e piattaforme hanno trasformato il tempo libero, il tempo di riposo in “tempo di lavoro potenziale” con mail, messaggi e una sostanziale reperibilità non pagata e senza limitazioni.
Inoltre, ogni volta che navighiamo, recensiamo un locale o postiamo un contenuto, produciamo dati che sono la materia prima che addestra le Intelligenze Artificiali e arricchisce le Big Tech.
In questo senso, stiamo “lavorando” sempre per il capitale e la concentrazione della ricchezza e del potere nelle mani di pochi individui in grado di orientare i nostri gusti, le nostre scelte e persino i nostri pensieri e i nostri orientamenti politici.
È la “sussunzione reale” e completa della vita umana sotto il capitale dove non c’è più nulla nell’umano che non venga messo a valore di cui si appropria il capitale secondo la logica esclusiva del profitto.
Sia chiaro: la battaglia per i nove euro all’ora è un passo avanti fondamentale contro le forme estreme di indigenza, ma lo sfruttamento rimane intatto anche sopra quella soglia e oggi ha invaso tutti gli ambiti della nostra vita.
Mantenere viva questa analisi scientifica è l’unico modo per tenere aperta la prospettiva di un cambiamento profondo della società che non si accontenti di “gestire la povertà” ma punti ad una effettiva liberazione umana.
Dobbiamo tornare a una visione dove la democrazia non si ferma ai cancelli della fabbrica o davanti ad un algoritmo e mette al centro la persona contro la sua riduzione a merce.
Questo intendeva Enrico Berlinguer quando diceva:
“Noi vogliamo una società socialista che rispetti tutte le libertà, meno quella di sfruttare il lavoro di altri esseri umani, perché questa libertà tutte le altre distrugge e rende vane».
La lotta per il salario minimo, che è lotta per la sopravvivenza, deve essere una tappa minima di un impegno più grande per liberare il lavoro e la vita umana dal dominio del profitto e dallo sfruttamento, e costruire una società dove il lavoro serva alla vita, e non viceversa.
A mio avviso, questi pensieri, che ho provato a sintetizzare, ben si attagliano ad una riflessione sul significato della festa del lavoro e soprattutto dovrebbero costituire il nodo centrale della filosofia sociale di una forza autenticamente di sinistra.
Enrico Rossi

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