
La cancellazione totale del risarcimento per chi subisce danni da chi si difende, come vuole il governo, non è una misura di buon senso: è un cortocircuito che nega i principi base dello Stato di diritto. Bisognerebbe invece porre un limite alla quantificazione del danno, oggi così alta da non avere riscontro in nessun altro paese comparabile.
Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour, è stato condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori dopo che l’aggressione era già conclusa. Più una provvisionale di 480mila euro, che tiene conto dei 300mila già versati spontaneamente dal gioielliere, su una richiesta complessiva di 3,3 milioni da parte delle 15 parti civili.
Il governo ha reagito con un articolo del nuovo Ddl Sicurezza che vuole escludere ogni risarcimento per chi si difende da un reato, anche in caso di eccesso colposo di legittima difesa. Giorgia Meloni lo ha rivendicato sui social con parole nette: “Basta paradossi. Chi commette un reato non può pretendere un risarcimento per i danni subiti mentre delinque”. Una frase costruita per l’applauso, non per il diritto: perché nessuno, in questa vicenda, ha mai sostenuto che il criminale debba essere risarcito per il reato che commette. Il punto, che il governo finge di non vedere, è un altro: quando lo Stato stesso, attraverso i suoi giudici, stabilisce che la reazione della vittima ha ecceduto i limiti della necessità, allora non si tratta più solo del danno del criminale, ma di un omicidio non giustificato, e i familiari innocenti di quella persona restano titolari di un diritto riconosciuto in ogni ordinamento democratico.
Il dibattito pubblico ha inquadrato la vicenda come un’anomalia tutta italiana. Non lo è, almeno non nel principio giuridico, e chi lo racconta così sta semplificando per convenienza politica. In Germania, Francia, Spagna e in buona parte degli Stati Uniti, l’eccesso di legittima difesa, quando la reazione supera i limiti della necessità e della proporzionalità, genera comunque un obbligo risarcitorio verso i familiari della persona uccisa. Solo la difesa piena e proporzionata esclude il risarcimento, non quella eccessiva. Il governo lo sa, o dovrebbe saperlo: presentare l’azzeramento del risarcimento come un ritorno al buon senso significa proporre una norma che nessun paese europeo comparabile si sognerebbe di adottare.
Quello che distingue davvero l’Italia è la quantificazione del danno, non il principio. Le Tabelle di Milano 2024, il sistema con cui i tribunali italiani calcolano il “danno da perdita del rapporto parentale”, fissano per coniuge, genitore o figlio un valore che può arrivare a 391.103 euro a persona, e fino a 169.830 euro per un fratello. Il giudice nel caso Roggero ha applicato invece le tabelle del Tribunale di Roma, generalmente più restrittive, attenendosi ai minimi. Per confronto: in Germania la media è di 10.000 euro (range 5.000-25.000); in Francia le fasce indicative vanno da 20.000 a 40.000 euro; nel Regno Unito la somma è fissa per legge a 15.120 sterline, riservata solo al coniuge o ai genitori di un figlio minore. Nessuno di questi ordinamenti si avvicina lontanamente ai livelli italiani. Ecco perché una vicenda con due vittime può generare in Italia una richiesta di 3,3 milioni di euro, mentre altrove resterebbe una frazione minima di quella cifra.
Il governo, invece di intervenire sul metodo di quantificazione, con tetti, criteri più rigidi di concorso di colpa e l’esclusione dei familiari meno prossimi come avviene altrove in Europa, ha scelto la scorciatoia demagogica: cancellare il diritto stesso. È la stessa logica di chi, per riparare un tetto bucato, decide di abbattere la casa.
Il caso Roggero non dimostra che l’Italia sia sola in Europa a far pagare chi si difende in eccesso. Dimostra che l’Italia, quando quantifica il dolore di una perdita, è molto più prodiga di ogni altro paese europeo, e che il governo preferisce sfruttare la rabbia comprensibile dell’opinione pubblica piuttosto che risolvere davvero il problema.
Marco Taradash

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