
L’attacco militare congiunto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, denominato Operation Epic Fury, ha scatenato un profondo dissenso nell’opinione pubblica americana, con oltre il 56% della popolazione contraria all’intervento. Le proteste del movimento “No Kings” si diffondono in tutto il Paese, contestando la legittimità dell’azione presidenziale e i costi umani della campagna. Se il Presidente Donald Trump rivendica “progressi incredibili” e l’eliminazione di minacce imminenti, le piazze americane e i sondaggi raccontano una realtà ben più complessa: quella di una nazione profondamente divisa sulla legittimità e sulle conseguenze di questo nuovo conflitto in Medio Oriente. Secondo le ultime rilevazioni, la maggioranza degli americani non approva l’intervento militare diretto. Un sondaggio condotto da CNN/SSRS indica che circa il 59% della popolazione è contraria alla decisione di colpire l’Iran, temendo che l’escalation possa trascinare gli Stati Uniti in un conflitto a lungo termine. Repubblicani: Circa l’80-84% sostiene l’azione del Presidente, vedendo nell’attacco una difesa necessaria della sicurezza nazionale. Democratici: Il dissenso è pressoché totale, con quasi il 90% degli elettori che si oppone ai raid, citando la mancanza di autorizzazione del Congresso e il rischio di un disastro umanitario. Indipendenti: La maggioranza si dichiara scettica, con oltre il 60% che esprime opposizione. Da New York a Los Angeles, migliaia di manifestanti sono scesi in strada al grido di “No alla guerra”. Le preoccupazioni principali riguardano non solo il bilancio delle vittime civili a Teheran — dove i bombardamenti avrebbero già colpito aree urbane — ma anche il ritorno delle bare avvolte nella bandiera: l’uccisione di sei soldati americani in un attacco di risposta in Kuwait ha ulteriormente esacerbato il dibattito pubblico. Molti analisti ed esponenti politici criticano l’aggiramento del Congresso da parte della Casa Bianca. La retorica della “liberazione del popolo iraniano” viene accolta con sospetto da una parte dell’opinione pubblica che ancora ricorda i costi umani ed economici delle invasioni in Iraq e Afghanistan. Mentre Trump assicura che l’obiettivo è la resa incondizionata di Teheran, il timore di un’esplosione dei prezzi del carburante e di un allargamento regionale del conflitto pesa come un macigno sul consenso presidenziale. Con il 75% degli americani “molto preoccupato” per la possibilità di una guerra totale, la Casa Bianca si trova a dover combattere non solo sul fronte mediorientale, ma anche in una battaglia d’opinione domestica che si fa ogni ora più infuocata. il conflitto con l’Iran ha riaperto ferite mai del tutto rimarginate nel tessuto sociale americano, proiettando l’ombra dei fallimenti passati in Medio Oriente sul presente. La scommessa della Casa Bianca non è solo militare, ma politica: mantenere il consenso interno mentre il rischio di un’escalation regionale si fa sempre più concreto. Se da un lato il governo punta sulla dimostrazione di forza per garantire la sicurezza nazionale, dall’altro deve fare i conti con un’opinione pubblica che, oggi più che mai, sembra aver perso la pazienza verso le “guerre infinite”. Il futuro della stabilità globale e della stessa presidenza dipenderà dalla capacità di Washington di trasformare questa operazione in una risoluzione rapida, evitando che il “No alla guerra” delle piazze diventi il verdetto definitivo delle urne.La Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il Presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa hanno definito gli sviluppi “estremamente preoccupanti”, esortando alla massima moderazione per evitare un’escalation regionale fuori controllo. Mosca e Pechino hanno condannato l’azione definendola una “guerra illegale” e una violazione della Carta delle Nazioni Unite, chiedendo l’immediata cessazione delle ostilità. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato una riunione d’urgenza, esprimendo vicinanza alla popolazione civile iraniana e attivando l’Unità di Crisi della Farnesina per monitorare la situazione dei cittadini italiani nell’area. Il Segretario Generale Mark Rutte ha espresso supporto all’azione americana, descrivendo l’Iran come una minaccia alla stabilità internazionale. L’incertezza sul controllo dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% della fornitura mondiale di petrolio, ha mandato i mercati in tilt. Il prezzo del greggio ha subito un’impennata violenta subito dopo l’inizio dei raid. Il Brent ha superato la soglia critica dei 90 dollari al barile, registrando uno dei maggiori guadagni settimanali della storia recente.
Giuseppe Basilico

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