Sono proprio gli “attori sociali”, in primis i sindacati, che dovrebbero rifiutare questa prospettiva.

Secondo me sono proprio gli “attori sociali”, in primis i sindacati, che dovrebbero rifiutare questa prospettiva.
La concertazione equivale infatti alla pre-definizione di un limite al pieno svolgimento del proprio ruolo istituzionale, posto che ciascun soggetto politico – che si tratti di un ente pubblico ovvero di una associazione privata (come la confederazione degli industriali e quelle dei lavoratori) è indifferente – ha un ruolo, una missione “istituzionale” da adempiere e da proteggere da sortilegi e annacquamenti. La disponibilità al compromesso, cioè a trovare un punto di incontro, deve innestarsi nel processo dialettico non come pre-condizione ma quale esito possibile e, se del caso, auspicabile dello stesso.
Tutto il resto fa parte di un bagaglio demagogico ispirato alla fuffa e alle supercazzole e, soprattutto, è dovuto a quell’invincibile inclinazione al conformismo che resta magistralmente bacchettata nella Rivoluzione liberale di Piero Gobetti.

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