
Quando la natura ti presenta il conto, non è una fatalità. Non lo è mai. A Niscemi si muore perché per decenni si è costruito dove non si doveva e come non si doveva, fingendo che il terreno fosse eterno e il clima una parentesi. Si è scavato, sbancato, colato cemento sopra equilibri fragili e, ogni volta, qualcuno ha fatto finta di non vedere. Il conto arriva sempre, puntuale, e lo paga chi non ha firmato nessuna concessione.
La prevenzione qui non è mancata per caso: è mancata per scelta. Anni di speculazioni edilizie selvagge hanno trasformato colline e impluvi in lotti edificabili, corsi d’acqua in canali di scolo improvvisati, piani regolatori in carta da macero. Poi, quando piove sul serio, la terra fa quello che ha sempre fatto: scende e si porta via tutto. E purtroppo l’esempio di Niscemi lo ritrovi in ogni parte dello Stivale, con la stessa regolarità di una cambiale che prima o poi va all’incasso.
Il paradosso è che l’Italia lo sa, tutti lo sappiamo: non prendiamoci in giro. Lo sanno i tecnici, lo dicono le relazioni, lo confermano le mappe del rischio che dormono nei cassetti dei comuni. Ma tra il sapere e il fare ci sono di mezzo il cemento, gli interessi, il consenso a breve termine. Così si rinvia, si deroga, si chiude un occhio. Finché l’acqua e il fango non lo chiudono per tutti.
E mentre Niscemi piange, l’Italia intera paga. Paga con fondi straordinari che diventano ordinari, con emergenze che si ripetono uguali, con cantieri che riparano dopo senza prevenire prima. Paga anche chi vive lontano, perché il dissesto non è un problema locale: è una tassa nazionale sull’irresponsabilità.
Non prendiamoci in giro: tutti sappiamo che la sicurezza del territorio non è un costo, è un investimento per la collettività. Ma non fa inaugurazioni, non porta voti rapidi, non si fotografa bene. E allora resta indietro, finché la cronaca torna a bussare e diventa l’ennesimo scontro politico fatto di scaricabarile.
Niscemi non è una drammatica sfortuna. È il risultato di scelte precise. Finché non lo diremo senza ipocrisie, continueremo a chiamare emergenza ciò che, da tempo, è sistema.
Piero Terracina

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