Nick Cave voleva raccontare il suo periodo più buio, che non era certo quello in cui,andava a cercare il suo spacciatore, lo stesso cui si rivolgeva il regista del film Andrew Dominik, ma non sapeva come raccontarlo e soprattutto a chi raccontare la sua difficile elaborazione del lutto per la morte del figlio adolescente. Non voleva trasformare il suo dolore in “banalità”, cercava qualcuno a cui “confessare” i suoi pensieri, la sua perdita della creatività “Non è vero che le tragedie acuiscono la creatività, è tutto il contrario, ti annientano” afferma lo stesso Cave nel corso della sua confessione ed ecco il ricorso al vecchio amico (Dominik).
Introdotto dal coautore, produttore e amico già sui titoli di testa quello che poteva sembrare ed essere un documentario su Cave e l’ultimo suo lavoro con i Bad Seeds, ti prende emotivamente e musicalmente e si trasforma in un dolore sordo, rimpianto, choc che ti blocca non solo la creatività, ma ti blocca i pensieri; la voglia di dire l’indicibile diventa poesia quando, quasi come in un mantra, Cave ripete “ ho bisogno di te”.
Ma Dominik non insiste sulla rielaborazione del lutto e ci fa assistere con un bianco e nero inframezzato da scene a colori alla lotta tra Cave e la musica durante le varie sessioni di registrazione, lotta narrata dallo stesso Cave con voce fuori campo. Ci racconta i suoi rapporti con la moglie Susie, presenza discreta, spesso voce fuori campo o presente nelle fotografie . Colpisce nel finale del film ascoltare la voce del figlio in una canzone scritta dal padre. Un’ora e mezzo di musica , realtà, sogno, dolore dove sembra che solo davanti al pianoforte Cave ritrovi la sua forza per affrontare nuovamente la vita. Assolutamente da vedere da chi conosce Cave, icona della musica australiana e da chi imparerà a conoscerlo al cinema.
Maria Rita Monaco

Lascia un commento