La cosa più sexy che ho visto fare (come Nereo consigliava) è assumersi la responsabilità dell’errore.
Il vecchio zio Ludovico era l’unico della famiglia che fosse appassionato di calcio (di quello guardato). Apparteneva alla razza degli uomini d’angolo, quelli di penna bassa: mai in battaglia. Spesso proni a mogli troppo presenti, troppo entranti, troppo severe (che ricavano uno spazio angolare, protetto e defilato, dove cacciarsi appena possono). Il telecomando era il secondo amico dello zio (la televisione il primo). Il terzo era un tizio chiamato Nereo Rocco di cui conservava un’ammirazione sconfinata. Capii tempo dopo chi fosse e non so se lo avesse (alla fine) mai conosciuto. Ma ad una bambina com’ero io (pestifera, attaccabrighe e ridanciana) poteva liberamente raccontare di quest’uomo (del secolo passato) e delle grandi squadre di calcio che allenava. Lo faceva nella segreta speranza che io mettessi in pratica (anche solo una volta) uno di quei consigli che (in realtà) lo zio surrettiziamente metteva in bocca a quell’allenatore e che non avrebbe mai avuto il coraggio di fare passare per propri (com’erano). Era quindi Nereo che parlava quando diceva “gioca per la squadra”. Erano sempre le labbra del grande Nereo a consigliare di “allenarmi”. Sempre (ancora) il mitico Nereo che mi sussurrava di portargli (di nascosto dalla zia Cristina) una bustina di zucchero per il caffè.
Da grande ho dato seguito (utilmente) ai suoi consigli ma in un altro ambiente sportivo di gruppo: la vela.
Era affascinante vedere girare vorticosamente la manovella del winch ed osservare lo spianarsi un fiocco. Emozionate vedere un uomo all’albero balestrare la drizza del fiocco nell’issata che precede la partenza. Intrigante lo sguardo furtivo del prodiere quando intuiva fossimo giusti per andare in boa e torceva leggermente il collo lanciando uno sguardo (solo abbozzato) al tattico: abbastanza per farsi vedere, non troppo per mancargli di rispetto. Uomini davvero sensuali. Ma la cosa più sexy che ho visto fare (come Nereo consigliava) è assumersi la responsabilità dell’errore. Nulla di più piacevole, rassicurante, costruttivo quando capitava di vedere uno di loro ammettere uno sbaglio e ricominciare, in squadra. Come in barca, “così nella vita” (zio, Nereo, altri… ?).
Ho visto anche marinai della domenica arrancare per un ridicolo ormeggio. Urlare a mogli, figli, ospiti, amici, cose senza logica, ordini sconnessi, panicando per un parabordo malmesso o un mezzo marinaio nascosto sotto un materasso. Il problema è che per loro (li posso capire) tutto il difficile si concentra nel salpare o nell’ormeggio. Nel mezzo, nulla di grandemente periglioso, se non un bagno o un placido bordeggio tra un porto e l’altro.
Mentre chi esce in mare con una vela per regatare, l’andare ed il rientrare, rappresentano solo l’inizio e solo la fine di qualcosa di più. Lo zio Ludovico era uno d’angolo che avrebbe voluto (nella vita) qualcosa di più. Ma non è capitato. Tutte l’emozioni maggiori erano state alla nascita e sarebbero tornate alla morte. Sentiva che era la fine (alla fine) la cosa più sfidante che gli stesse capitando (e panicava). Altri uomini hanno fatto tanto nel mezzo: come regatanti che rientrano, hanno dell’ormeggio (e di come verranno giudicati nel farlo) una scarsa considerazione.
Lo zio Ludovico, non aveva figli. Solo una nipote pestifera che gli era amica (ogni bambino è amico di un adulto all’angolo). Parlandomi di Nereo e come Nereo, voleva solo dirmi che contava andare in campo, farlo in un certo modo, ma contava andarci. Era quello spazio tra una partenza ed un arrivo che andava ben riempito. Il resto contava nulla.
Dalla Sicilia, dove ho quasi finito e dove (a questo punto) rimarrò per le vacanze dividendomi tra una barca a vela di amici (di base a Siracusa) e delle girate all’interno (con il mio quasi-fidanzato). Godendo nel vedere una muscolosa girata di winch ed una portata di spada alla griglia, entrambe di fronte a me

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