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Neopartiti del “Ci piace Boschi” nelle varianti fine, fitta o fasciata stretta

di Giuseppe Mele | 3 Agosto 2015

Attorno all’eredità forzista, la contesa è tra sigle nuove, mai viste dall’elettore, o confuse nel gioco di coalizione. Game cui si è adattato lo stesso Berlusconi.  

Al Senato sta nascendo il 10°gruppo parlamentare. 4 derivano quasi del tutto direttamente da Forza Italia: Nuovo centrodestra-Udc, il meridonalista Gal, Conservatori e riformisti di Fitto e la nuova Alleanza Liberale Popolare e Autonomie di Verdini. L’entrata dei nuovi 11 o 13 verdiniani ha prosciugato Gal, ridotta alla decina nella solitudine di Mauro Mario, e già azzannato i conseriformisti cui ha sottratto 2 nomi sui 12 di partenza. I senatori forzisti si ritrovano in 43 ancora 2° gruppo di Palazzo Madama, tallonati dai 36 rispettivi sia di Ncd-Udc che del M5S. Stanno poi per fare capolino le 3 senatrici Bisinella, Bellot e Munerato del nuovo partito di Tosi, Fare in attesa dell’arrivo dell’Italia Unica passeriana. Anche Martino e Moles si preparano a costituire la liberale, Rivolta l’Italia. Attorno all’eredità forzista, la contesa è tra sigle nuove, mai viste dall’elettore, o confuse nel gioco di coalizione. Game cui si è adattato lo stesso Berlusconi che in pochi mesi ha ideato almeno tre nuove formazioni: Partito repubblicano, Altra Italia, Casa delle speranze, chiamando improbabili 20 saggi a decidere per la migliore. Partiti e nomi ben più noti si nascondono sotto dizioni anonime, come il Psi nel gruppo autonomie, oppure come Sel e Italia dei Valori nel gruppo misto ed i Verdi nel Gal. Ironia della sorte vuole che l’ex movimento dipietresco rinasca da due senatori ex grillini. Il fato scherza con nomi noti, membri del governo presente e del passato come Della Vedova e Bondi, ed anche notissimi come l’expremier Monti, tutti costretti a convivere con fedeli di Tsipras e comunisti vari. Paradossalmente Tremonti vivacchia nel gruppo della ex Lega Sud che ha da sempre due sostenitori del governo. Casini, deve ostentare amicizia ad antichi contendenti dell’eredità dello scudo crociato come Schifani e Formigoni. Il senatore Mauro, nei suoi spostamenti mantiene una rappresentanza parlamentare alle “vittime della giustizia e del fisco” di Diaconale. Se optasse per il neogruppo verdiniano, farebbe anche delle vittime dei nuovi sostenitori renziani. In realtà la maggioranza dei 161 voti di Palazzo Madama resta in bilico. Non tanto per la possibile fuoriuscita dei 3 senatori civatiani dal Pd o per un senatore Ncd agli arresti domiciliari, quanto per quei 25 democratici che pretendono un Senato elettivo bloccando di fatto la riforma istituzionale. La Forza Italia, che era, all’indomani del voto ormai lontano di due anni fa, un gruppo consistente in grado di sostenere i 113 del Pd si è sbriciolata, divisa tra sostenitori (50 verdiniani-alfaniani) o meno (60 fittianforzisti) del governo. Anche solo partendo da poco più del centinaio dei fedeli (88) e dei socialisti delle Autonomie (19), Renzi conta alla fine di farcela tra i voti insperati di eletti a destra e l’incapacità congenita dei senatori Pd di andare contro un governo a guida del loro segretario di partito. Il quadro odierno, desolante e farneticante, richiama in mente la stagione non lontana del promesso cambiamento, in nome delle primarie, del trio Meloni, Fitto e Tosi (con l’aggiunta di Crosetto). Corsaro ha accusato i Fratelli di subalternità alla Lega e ne è fuoriuscito per i fittiani. L’intesa di quei giovani riformatori è saltata alla prima difficoltà. Crosetto si è perso per strada, Tosi è stato abbandonato, Fitto ha fatto il suo corpo a corpo nella doppia scissione forzista. In nessuno di questi casi, il tema principe, esaltato come pietra filosofale, delle primarie ha avuto il minimo significato. Anzi, la giovane destra che l’aveva rincorso quando la sinistra lo voleva imporre come regola generale, si è trovata isolata, dopo che il sistema delle prelezioni di partito ha condotto il Pd a divisioni clamorose, sconfitte plateali e inattese. Il vertice della fusinistra passo dopo passo sdogana il programma di governo della destra, aggiungendovi ulteriori inusitate asprezze reazionarie. La destra vede sbriciolarsi in mano le idee mutuate dal concorrente. E si sfarina in mille formazioni che potrebbero chiamarsi tutte “Ci piace Boschi”, con le varianti di chi la preferisce fine, fitta o fasciata stretta stretta.

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, berlusconi, casini, giovani, governo, italia, lega, meloni, monti, movimento, passo dopo passo, pd, primarie, psi, renzi, sel, senatore, socialisti, tremonti, udc

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Luca Bagatin

    5 Agosto 2015 alle 14:26

    A me piace la Boschi.
    Come fidanzata o moglie.

    Rispondi

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