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Nella valle di San Benedetto di Beppe Fenoglio: Edgar Allan Poe nelle Langhe

Una situazione crudamente realistica, dietro la quale si cela uno spunto autobiografico. Un modo diverso e non conformista di raccontare la Resistenza. Fenoglio, pur accusato di aver denigrato la lotta resistenziale, andò ostinatamente avanti per la sua strada solitaria, maturando negli anni successivi il grandioso progetto de Il partigiano Johnny. di Simona Giani

di Pensalibero | 21 Aprile 2007

Beppe Fenoglio, dopo aver concluso nel 1945 la sua esperienza di partigiano badogliano presso le formazioni autonome militari di Enrico Martini Mauri, scrisse fra il 1947 e il 1948 i Racconti della guerra civile, poi pubblicati nel 1952 nel volume dal titolo (derivante dal primo racconto) I ventitre giorni della città di Alba. L’assenza di qualsiasi retorica, la concentrazione anche su particolari crudi, la presenza di una marcata vena ironica nel racconto di inizio sulla presa di Alba contribuivano indubbiamente a tracciare un quadro a tutto tondo della Resistenza e si coniugavano al tempo stesso con una netta posizione antifascista, che non faceva mai perdere quella distinzione fra le due parti combattenti di cui aveva parlato Italo Calvino nel capitolo IX de Il sentiero dei nidi di ragno (1947): «Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena». Come affermerà di nuovo Calvino nella Prefazione del 1964 al Sentiero a proposito di un’altra opera fenogliana, Una questione privata, «c’è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione, e la furia». I giudizi sul volume I ventitre giorni furono contrastanti: se non mancarono recensioni assai positive, vi furono anche critiche e stroncature; tuttavia Fenoglio, pur accusato di aver denigrato la lotta resistenziale, andò ostinatamente avanti per la sua strada solitaria, maturando negli anni successivi il grandioso progetto de Il partigiano Johnny.
Il testo che analizzeremo, Nella valle di San Benedetto, fu espunto per volontà dell’autore dalla raccolta di racconti poco prima della pubblicazione.

Valle di San Benedetto, Langhe, novembre 1944. Dopo la battaglia di Castino i partigiani badogliani sono allo sbando ed inizia il rastrellamento, condotto con grande abbondanza di mezzi e di uomini da tedeschi e fascisti. E’ il momento più duro della lotta partigiana: il rastrellamento si presenta come una feroce caccia all’uomo, di fronte alla quale, venuto meno il sostegno della popolazione civile per il timore di rappresaglie, ci si può solo augurare, paradossalmente, che la terra si apra (p. 11; le citazioni si riferiscono all’edizione Diciotto racconti, Einaudi Tascabili del 1995, curata da Dante Isella, che riproduce il testo del volume Romanzi e racconti dello stesso curatore, Einaudi-Gallimard, Torino 1992).
Il racconto inizia in medias res: il partigiano protagonista (di cui non conosceremo mai il nome e che narra in prima persona) ha cercato rifugio in una tomba del cimitero di San Benedetto. Descrive con impressionante realismo le sue sensazioni: teme che ogni rumore (perfino quello delle castgne bianche che sta spezzando con i denti) possa giungere all’esterno; dispone solo di un lumino perenne, il cui debole chiarore gli impedisce per fortuna di vedere i resti della maestra lì sepolta nel 1928. Unico contatto con la realtà un pezzetto di cielo, visibile dallo spiraglio che l’amico Giorgio ha lasciato richiudendo la pietra sepolcrale. E’ proprio quel pezzetto di cielo a stimolare il fluire disordinato dei ricordi: il cielo coperto dal fumo nero sopra il paese di Castino in fiamme, alla fine della battaglia, due giorni prima; il compagno Leo colpito all’occhio da un mortaio («l’occhio destro, simile ad una noce di burro, gli scivolava giù per il cavo della guancia», p. 4) e, soprattutto, gli amici Giorgio e Bob. Il protagonista era entrato assai presto nel movimento partigiano con questi ultimi. Tutti e tre erano simili per formazione culturale (studenti universitari), intelligenza e virilità. Pur andando sempre insieme, ognuno dei tre aveva però mantenuto un forte individualismo e si sentiva responsabile solo per sé. Il marcato individualismo emerge nei giudizi critici sui due compagni che il protagonista formula nella sua mente: Giorgio era stato il primo ad avanzare l’ipotesi di entrare in un buco sotto terra, come facevano i contadini del luogo, ma non sapeva aspettare e si sarebbe lasciato prendere dall’agitazione. Invece Bob, preoccupato di trovare rifugio quanto prima nella casa del parroco, si era addirittura rifiutato di aiutare i due amici a richiudere la pietra della tomba, quando in un primo momento Giorgio ed il protagonista pensavano di scendervi entrambi; se Giorgio non avesse poi cambiato idea e non avesse deciso di continuare a nascondersi all’aperto, il piano sarebbe risultato di difficile attuazione. Eppure l’egoismo individuale di fronte alla morte non ha annullato del tutto il senso di solidarietà: Giorgio aveva comunque deciso di aiutare l’amico richiudendo la pietra, prima di riprendere la sua fuga solitaria, e quest’ultimo avrebbe voluto ringraziarlo toccandogli la mano, con un gesto rimasto però incompiuto.
All’improvviso il lettore è riportato alla situazione iniziale: il partigiano comincia ora ad essere ossessionato dall’idea della corruzione e della morte, indotta dalla vicinanza del cadavere; ha difficoltà a respirare, crede che i vermi si stiano muovendo sul suo corpo e, addirittura, che la defunta si stia avvicinando a lui. Dopo aver sparato una raffica per fermare il fantasma che gli sembra stia arrivando, è terrorizzato dall’idea che qualcuno l’abbia sentito, aspetta solo i nemici che finalmente lo libereranno dalla sua ossessione. Appena questi ultimi smuoveranno la pietra, vuole subito gridare per attirarli ed arrendersi, come gli accadeva da bambino quando giocava a nascondino e il cercatore gli si avvicinava.
Proprio nel momento della massima angoscia il protagonista si addormenta di un sonno popolato di incubi: sogna di essere in una cella di granito, con le pareti che si stringono, il soffitto che si abbassa…Segue lo scioglimento della vicenda: questa volta il rumore è reale, è quello di un passo che avanza sulla ghiaia. E’ il becchino del paese, che lo aiuta ad uscire (evidentemente il rastrellamento si è concluso). Al senso di liberazione subentra però subito la tristezza, quando il partigiano si accorge di due bare deposte sulla ghiaia: «Mi fermai tra le due casse. Le misurai con gli occhi e mi dissi che questo era Giorgio e che quello era Bob» (p. 21).

Niente di retorico e celebrativo, nel racconto di Fenoglio. La guerra partigiana appare in tutta la sua durezza, ora che essa impone lo sbandamento, il doversi rifugiare in luoghi che possono trasformarsi in trappole mortali, la perdita della dimensione collettiva, lo smarrimento dell’uomo che, di fronte alla morte, si trova disperatamente solo. Vengono meno i legami di solidarietà con i compagni di lotta e l’aiuto dei civili, anch’essi impauriti dalle rappresaglie, come animali braccati. E’ una condizione che Fenoglio rapppresenterà mirabilmente nei capitoli 27-38 de Il partigiano Johnny (ci si riferisce all’edizione Einaudi Tascabili del 2005, che riproduce quella curata per Einaudi-Gallimard nel 1992 da Dante Isella), in cui vengono descritte prima la fuga affannosa dal rastrellamento (che anche qui ha inizio dalla battaglia di Castino) di un altro terzetto, questa volta composto da Johnny e dai fedelissimi Pierre ed Ettore, e poi la condizione di assoluta solitudine in cui viene a trovarsi Johnny, dopo che Pierre, malato, ha trovato rifugio nella casa della fidanzata ed Ettore è stato catturato dai fascisti. Anche qui i partigiani in fuga si muovono in modo disordinato, esposti al continuo rischio di incontrare le squadre dei rastrellatori, che sembrano essere dovunque; anche qui la solitudine segna profondamente il protagonista. E’ la stessa disperata condizione che porta il partigiano del dramma teatrale Solitudine (pubblicato nel febbraio 1963) a cercare la compagnia di una sartina di paese, semplicemente per scambiare qualche parola, andando così incontro alla cattura ed alla morte.
L’esperienza dell’isolamento renderà difficile poi, per Johnny, tornare nella consueta banda alla fine dell’inverno («Sentiva che quella marea di gioia lo lasciava intatto e asciutto, lavorato in incancellabile, indilagabile intattità dalla lunga solitudine dell’inverno», cap. 39, p. 469).
Dunque, una situazione crudamente realistica, quella rappresentata da Fenoglio nel racconto Nella valle di San Benedetto, dietro la quale si cela uno spunto autobiografico: Francesco De Nicola (Fenoglio partigiano e scrittore, Argileto, Roma 1976, pp. 68-9) riferisce la testimonianza di un amico dello scrittore, Ugo Cerrato, secondo la quale Fenoglio si era salvato da un rastrellamento presso Mombarcaro, nel marzo 1944, nascondendosi per qualche tempo in un loculo vuoto del cimitero del paese. La prima rielaborazione letteraria di tale vicenda, (ma si tratta solo di un rapido accenno) si trova negli Appunti partigiani, opera del 1946 secondo la cronologia proposta da Lorenzo Mondo, curatore dell’edizione Einaudi 1994: nel cap. V, durante il solito rastrellamento di novembre dopo la battaglia di Castino, il partigiano Rirì si cala, grazie all’aiuto del protagonista, il partigiano Beppe, e di altri compagni, in una tomba del camposanto di Feisoglio, con una coperta e un chilo di castagne bianche, esattamente come il protagonista del racconto Nella valle.
L’aggancio alla verità storica non esaurisce però la complessità del racconto in esame, in cui sono rintracciabili significati più profondi, di riflessione esistenziale, che lo allontanano nettamente dai moduli del Neorealismo. Lo scenario in cui si svolge la vicenda è funereo e ricco di presagi di morte: il cielo è plumbeo, il vento fortissimo («Ne veniva un enorme rumore come di fiumana», p. 11); il razzo sparato dai tedeschi durante l’operazione di rastrellamento è paragonato alla bilancia di Giove quando pende, indicando un imminente destino di morte; la cascina a cui i partigiani arrivano è «chiusa, scura e muta come se la gente dentro fosse tutta morta, lunga rigida sul letto», p. 6; i civili sono inospitali e diffidenti e trattano i partigiani come mendicanti poco graditi («Andammo in mezzo alla piazzetta della chiesa, davanti intorno e dietro a noi porte e finestre si chiudevano con colpi secchi come fucilate», p. 12). E’ come essere già morti: il partigiano protagonista pensa con orrore ad un soldato tedesco che gli si avvicina e gli dice, in perfetto italiano: «Tu sei già a posto, hai già la tomba, tu sei fortunato. Solo fatti veder meglio che ti possa puntar bene, non voglio farti soffrire» (p. 19). I nemici che incombono sono l’incarnazione di un male assoluto, divinità infere invisibili ed onnipresenti, pronte a colpire: «Da tutt’e due le parti, figure di soldati si materializzavano per un attimo attraversando la luce dei fari e poi subito si disfacevano nel buio. Potenti pile elettriche nelle mani di uomini invisibili cominciavano a frugare l’orlo boscoso del pendio» (p. 11). Del resto è tipico di Fenoglio non sminuire mai la forza dei nemici, che appaiono ben armati e assai pericolosi; su di essi il giudizio di condanna, anche se implicito nel racconto, è netto, in linea con l’antifascismo assoluto, esistenziale, dell’autore. Insomma, si tratta di una lotta epica contro le forze del male e della morte, in cui il partigiano combattente assume le sembianze dell’uomo braccato, condannato ad una solitudine senza speranza. In tale condizione riaffiorano angosce e paure (il senso di soffocamento, il timore di disturbare il sonno dei morti, di infrangere le barriere che li separano dai vivi, la paura di essere aggrediti dai vermi che provocano la decomposizione), che riemergono anche dalla memoria infantile (il protagonista rievoca il momento in cui, bambino, mentre giocava a nascondino, accelerava la sua cattura da parte dei cercatori perché non riusciva a sopportare la tensione: «Quel ricordo mi cadde addosso come una irrimediabile condanna. Non potevo mentire a me stesso, non ero cambiato, a vent’anni in guerra con la repubblica e i tedeschi avevo lo stesso cuore di quando avevo otto anni e giocavo a nascondersi e prendersi», p. 19).
E, per ricostruire l’atmosfera lugubre e spettrale, viene in soccorso l’amato Edgar Allan Poe. Anzitutto l’uso della prima persona, ricorrente nei racconti dello scrittore americano, consente al lettore di immedesimarsi maggiormente nelle vicende del protagonista. Inoltre il terribile sogno che precede la conclusione della storia, con il soffitto della cella che si abbassa e le pareti che si stringono, rimanda ovviamente alle scene analoghe del racconto Il pozzo e il pendolo, ma anche all’incubo del protagonista del racconto Il seppellimento prematuro, che, vittima di crisi catalettiche, vede in sogno le tombe di tutto il genere umano, da cui scaturisce «la debole luminescenza fosforica del disfacimento» (un particolare che ritorna in Fenoglio sotto la forma degli occhi «fosforescenti» dei giocatori di nascondino, p. 19). Del resto Il seppellimento prematuro ha fornito, oltre all’idea di fondo del racconto fenogliano, una serie di altri spunti, come il senso di soffocamento e l’ossessione dei vermi. In entrambi i casi, infine, i personaggi si salvano; in Poe, infatti, il seppellimento non era tale, ma il protagonista stava semplicemente dormendo nella stretta cuccetta di un brigantino.
Dunque, una Resistenza vera e storica, quella descritta da Fenoglio, ed al tempo stesso paradigma della universale condizione umana, caratterizzata da fragilità, solitudine, incombenza del male e della morte, a delineare la quale intervengono le raffinate suggestioni derivate dai maestri della letteratura di lingua inglese tanto cari all’autore.

Simona Giani, docente di lettere presso l’Istituto Superiore “Ernesto Balducci” di Pontassieve

Babbo raccontami la resistenza
La lettera che segue è la spiegazione, semplice e chiara, della lotta di Liberazione, fatta da un padre alla giovane figlia. Fu scritta da Luigi Caleri – Liberale fiorentino, dirigente del Partito nella sede di Via San Gallo e collaboratore di Malagodi – nel 1965 , alla figlia Laura che si trovava in collegio a Venezia per l’ ultimo anno di liceo linguistico. Ringraziamo Laura Del Buono Caleri per averci consentito di pubblicarla.

Pubblicato in : DossierTag: anni, bambino, battaglia, cella, chiesa, contadini, crisi, dante, la repubblica, mondo, movimento, personaggi, repubblica, roma, romanzi, soldati, sostegno, speranza, stia, studenti

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