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Né i giovani in lista d’attesta né il grillismo porteranno al rinnovamento

di Marzio Siracusa | 4 Giugno 2012

Il dibattito politico sembra sempre più implicito alla conservazione delle rispettive rendite e retto quindi da argomentazioni speciose fino al dispetto e al ridicolo, piuttosto che alimentato dall’originalità di idee fra loro inconciliabili. L’inconciliabilità delle idee non esiste più, ma è la sua inconciliabilità col presente a fare un’idea degna di menzione, invece un’idea inconciliabile anziché essere assunta come fertilizzante viene subito accantonata in quanto pericolosa. Siamo nel versante di quello che da molto tempo è chiamato “pensiero unico”, segreto riparo anche per tanti suoi detrattori perché alla fine, non si capisce bene per quale ricatto, prevale sempre la preoccupazione di mediare a qualunque costo anche i pareri più distanti accogliendo in ciò la sostanziale accettazione del quadro storico e politico. In tale prospettiva l’appello al rinnovamento generazionale, “refrain” petulante che sale da ogni dove, e l’apertura ai giovani non può che cadere nel vuoto. Le ragioni stanno in una distinzione che fa piacere dimenticare o addirittura negare, la quale richiede di valutare la profonda differenza tra il concetto di nuovo e quello di cambiamento. Si dà per scontato che nuovo e cambiamento siano sinonimi, ma così non è perché il vero nuovo impone una rottura mentre il cambiamento è l’innesto d’un’altra marcia, un altro giro di protagonisti e di idee che appartengono alla medesima gerarchia delle idee e dei protagonisti precedenti. L’abuso molto censurabile del termine “nuovo” e dei suoi derivati cala dalle necessità del tecno mercato, ossia della religione oggi imperante, che ci droga con parole d’ordine sulla bocca di tutti, il mito ormai comico del “tecnologicamente avanzato”, del cambiamento delle funzioni dei trovati fatto passare per il nuovo dei trovati e quindi della vita umana. Un atto di fede questo che in politica induce a dimenticare che il vero nuovo è un’apertura pacifica o violenta, ma sempre conseguente a una frattura storica, che non è detto debba manifestarsi solo attraverso guerre o rivoluzioni. Al contrario il cambiamento politico viene definito come salutare irruzione del nuovo, quando invece la continuità di un assetto istituzionale porta solo a reiterare un’eredità morta e mai al nuovo. In questa prospettiva si legge il depotenziamento inevitabile dell’impegno delle giovani generazioni in politica, costrette ad allinearsi ad un ricambio con l’accettazione di tutte i precedenti nefandi e gli errori che il processo richiede. Ma vi sono precise concause culturali proprie all’appalto emotivo che la tecnologia detiene e pilota rispetto al falso nuovo, concause che appunto bloccano la funzione rigeneratrice dei giovani. Due in particolare sembrano condizionanti, il problema dell’aggiornamento e il baricentro instabile presente-futuro dove si divaricano le attese generazionali.

È un fatto che la gioventù non dovrebbe sentire il bisogno di aggiornarsi e nel momento in cui accetta l’obbligo ad aggiornarsi perde il suo potenziale propulsivo. L’aggiornamento pone il soggetto in uno stato automatico di inferiorità, di perdita paventata d’informazione e di input qualsiasi, perdita che comporta un invecchiamento emotivo e mentale precoce, riassumibile nel non sentirsi costantemente all’altezza del proprio tempo e quindi di doverlo inseguire. Una gioventù che sia continuamente lesa nel dubbio di non essere all’altezza del proprio tempo non è gioventù, e non sta attesa ideologica o sociologica miracolistica che possa rimediare al fatto che la tecnologia pone fuori gioco il giovane costringendolo all’aggiornamento, irretendolo nei valori, nei pensieri e nelle scelte omologate dell’età grigia e indistinta ormai a tutti comune che va dai trenta agli ottanta anni. L’aggiornamento relega il giovane alla lista d’attesa che notoriamente dovrebbe essere invisa alle giovani generazioni.

L’altro dato che bagna le polveri delle giovani generazioni quando entrano nel certame politico, è l’instabilità del baricentro presente-futuro. La forza del giovane sta nel dominio del presente mentre è l’anziano a essere colpito dall’ossessione del futuro che gli si va stringendo. I futuristi urlavano le loro ragioni giovanilistiche già da trentenni, che agli inizi del novecento indicava un’età più che matura. Se nell’agone politico planetario il futuro diventa una sorta di acido prussico che erode il presente e lo mina, la giovane generazione smarrisce il tempo e il luogo del proprio intervento rinnovatore, non comprende dove lo slancio del sangue e del pensiero educati dallo studio dovrebbero rivolgersi, e si vota ad una genericità umanistica che negli anni sessanta fu inaugurata da canzonette cattodemenziali del tipo “Corriamo, corriamo, il mondo ha bisogno di noi…”. E gli anni settanta dettero la loro risposta.

L’aggiornamento e l’instabilità del baricentro presente-futuro impongono quindi alle giovani generazioni due sbocchi entrambi destinati a corrompere il dato giovanile in giovanilismo. Da una parte la compita lista d’attesa che già di per sé è scelta giovanilistica quindi senile, dall’altra il grillismo urlato, dove l’ansia del nuovo sacrifica il presente al futuro e imparenta il nuovo delle idee al falso nuovo della tecnologia, ossia alla macchina futuribile e inarrestabile. Tutto sempre in nome d’un cambiamento che esclude il nuovo come fosse una malattia mortale, perché di fatto si ha terrore della gioventù vera.

Pubblicato in : Editoriale

Info Marzio Siracusa

” Studiato ho, ahimè, filosofia / studiato ho legge e medicina / e purtroppo anche teologia / intensamente, con aspra fatica! / Eccomi or qui, povero stolto, / senza aver nulla risolto / “

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