
È un fatto che la gioventù non dovrebbe sentire il bisogno di aggiornarsi e nel momento in cui accetta l’obbligo ad aggiornarsi perde il suo potenziale propulsivo. L’aggiornamento pone il soggetto in uno stato automatico di inferiorità, di perdita paventata d’informazione e di input qualsiasi, perdita che comporta un invecchiamento emotivo e mentale precoce, riassumibile nel non sentirsi costantemente all’altezza del proprio tempo e quindi di doverlo inseguire. Una gioventù che sia continuamente lesa nel dubbio di non essere all’altezza del proprio tempo non è gioventù, e non sta attesa ideologica o sociologica miracolistica che possa rimediare al fatto che la tecnologia pone fuori gioco il giovane costringendolo all’aggiornamento, irretendolo nei valori, nei pensieri e nelle scelte omologate dell’età grigia e indistinta ormai a tutti comune che va dai trenta agli ottanta anni. L’aggiornamento relega il giovane alla lista d’attesa che notoriamente dovrebbe essere invisa alle giovani generazioni.
L’altro dato che bagna le polveri delle giovani generazioni quando entrano nel certame politico, è l’instabilità del baricentro presente-futuro. La forza del giovane sta nel dominio del presente mentre è l’anziano a essere colpito dall’ossessione del futuro che gli si va stringendo. I futuristi urlavano le loro ragioni giovanilistiche già da trentenni, che agli inizi del novecento indicava un’età più che matura. Se nell’agone politico planetario il futuro diventa una sorta di acido prussico che erode il presente e lo mina, la giovane generazione smarrisce il tempo e il luogo del proprio intervento rinnovatore, non comprende dove lo slancio del sangue e del pensiero educati dallo studio dovrebbero rivolgersi, e si vota ad una genericità umanistica che negli anni sessanta fu inaugurata da canzonette cattodemenziali del tipo “Corriamo, corriamo, il mondo ha bisogno di noi…”. E gli anni settanta dettero la loro risposta.
L’aggiornamento e l’instabilità del baricentro presente-futuro impongono quindi alle giovani generazioni due sbocchi entrambi destinati a corrompere il dato giovanile in giovanilismo. Da una parte la compita lista d’attesa che già di per sé è scelta giovanilistica quindi senile, dall’altra il grillismo urlato, dove l’ansia del nuovo sacrifica il presente al futuro e imparenta il nuovo delle idee al falso nuovo della tecnologia, ossia alla macchina futuribile e inarrestabile. Tutto sempre in nome d’un cambiamento che esclude il nuovo come fosse una malattia mortale, perché di fatto si ha terrore della gioventù vera.

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