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Napolitano grida ‘non ci sto’. Ma deve spiegare

di Davide Giacalone | 25 Giugno 2012

Il Colle, dopo Francesco Cossiga, è venuto meno ai propri poteri e doveri, lasciando la corporazione giudiziaria in preda a sé medesima, semmai limitandosi a intervenire, riservatamente, su casi particolari.

La trattativa al Quirinale inquieta più di quella con la mafia. Prima di tutto perché la prima è certa, mentre la seconda ancora da dimostrare. Adesso va di moda minimizzare, costringendo le persone solitamente ragionevoli a sostenere l’irragionevole tesi che non si vedono né abusi né illeciti, nella condotta quirinalizia. Ma le responsabilità politiche e istituzionali non hanno bisogno di tradursi in reati, per essere gravi e pericolose. La tradizionale reverenza, ispirata dal Colle, induce alla prudenza, ma è prudente anche non negare l’evidenza. E’ da irresponsabili trascinare il presidente della Repubblica in polemiche pretestuose, ma lo è anche considerarlo un potere autoreferente e non tenuto a rispondere delle proprie azioni. Nella Costituzione è scritto il contrario. Vediamo, allora, i cinque motivi per cui è impossibile far finta di niente. Primo, il generale Mario Mori, ex capo del Ros, è penalmente accusato di avere trattato con la mafia ed è stato lasciato da solo. E’ questione decisiva: escluso che abbia trattato per proprio conto, delle due l’una: o lo ha fatto a nome di pezzi dello Stato che ancora si nascondono, o l’ipotesi di reato è infondata ed egli merita di essere difeso dalla Stato che ha servito. Nel caso sia colpevole, nel caso l’oggetto della trattativa fosse stato il carcere duro, il 41 bis (come molte volte abbiamo ripetuto), i responsabili si trovano nel governo di Carlo Azelio Ciampi. Fra loro Nicola Mancino. Propendo per la seconda possibilità, il che comporta l’innocenza di Mori. Con annessa la viltà di un mondo istituzionale che ha supposto di poterlo abbandonare al suo destino. Secondo, dal momento in cui Mancino s’è sentito in pericolo la faccenda è arrivata ai più alti piani istituzionali. Da quando la storiaccia della trattativa minaccia di sfregiare il volto del Colle, ecco che si è preso a definirla “presunta”. Fin qui era certa, pronta per i libri di storia, come le tante altre falsificazioni di cui già sono zeppi. Finché si poteva imputarla agli avversari politici dei bravini e per benino, vale a dire a quelli che prendono la maggioranza dei voti degli italiani, non c’era motivo d’allarmarsi e, anzi, molti commenti potevano calcare il più deplorevole luogocomunismo (a tal proposito, avverto Piero Alberto Capotosti che vi rientra l’idea che Giovanni Falcone fu ucciso perché s’opponeva alla trattativa, laddove ove il suo oggetto sia stato il 41 bis tale norma fu varata dopo la sua morte, sicché si abbia cura di studiare, prima di straparlare). Ma da quando è stato chiaro che il teorema, come noi da anni ripetiamo, se vero va imputato proprio ai supposti per benino, ecco che ci si agita, che si cerca il “coordinamento”. Terzo, che significa “coordinamento”, ovvero quel che il Colle ha formalmente invocato? Suvvia, troppa ipocrisia nuoce alla salute: coordinamento fra chi svolge lavori pubblici e leale collaborazione fra le istituzioni sono cose giustissime, ma se lo si invoca dopo che un testimone (poi indagato) ti chiama e ti avverte che si sente spinto a far nomi, be’ in quel caso non è del tutto chiaro cosa si stia coordinando. Se, poi, s’invitano due testimoni a coordinare le loro versioni, sentendosi e accordandosi (come pare Giorgio Napolitano abbia suggerito) forse non ci si accorge di avere messo il piede su uno dei tre motivi per cui si può arrestare: inquinamento delle prove. Quarto, il consigliere giuridico di Napolitano, il magistrato Loris D’Ambrosio, ha preso in considerazione l’ipotesi d’intervenire sul collegio giudicante. Ha scartato l’ipotesi perché pericolosa e delicata, non perché scandalosa e inimmaginabile. Davanti a una cosa simile è del tutto ozioso discutere sui poteri del Colle, perché risulta evidente che un tale consigliere deve essere messo alla porta. Oppure che dietro la porta si cela del marcio. Quinto, sono convinto che questa storia pazzesca è cresciuta perché non s’è avuta l’onestà e la lucidità di difendere l’interesse dello Stato, facendo i furbi con un’inquisizione destinata a naufragare, ma usata per indebolire altri. Poi, quando s’è visto il boomerang tornare indietro, s’è cercato non di ristabilire la verità, ma di salvare amici e conoscenti, più che altro per evitare che si difendano accusando. Qualcuno crede, seriamente, che questo rientri fra i compiti del Colle? A me pare il contrario: il mostro giustizialista, la mostruosità del teorema, sono divenuti così giganteschi da abbattersi su quanti li videro crescere con indifferenza, quando non soddisfazione. In altre parole: il Colle, dopo Francesco Cossiga, è venuto meno ai propri poteri e doveri, lasciando la corporazione giudiziaria in preda a sé medesima, semmai limitandosi a intervenire, riservatamente, su casi particolari. E ora l’intera faccenda va a finire come non poteva che finire: male.


Pubblicato in : Primo pianoTag: caro alzeglio ciampi

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Marzio Siracusa

    29 Giugno 2012 alle 07:37

    Da un pezzo l’Italia vive secondo i principi d’una costituzione ballerina. L’unico elemento di solidità istituzionale è garantito dalla vecchiaia della popolazione che non reagisce più.

    Rispondi

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