
È stato raggiunto un cessate il fuoco nel Nagorno-Karabakh, la regione contesa da Armenia e Azerbaigian nel Caucaso meridionale, teatro nelle ultime 24 ore di massicci bombardamenti da parte delle forze armate di Baku. Più che un accordo, però, quella accettata dai separatisti nella regione – riconosciuta a livello internazionale come parte del territorio azero ma abitata perlopiù da indipendentisti armeni – suona come una resa: l’intesa raggiunta prevede infatti il completo disarmo e la smobilitazione delle forze dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh. In base ai termini dell’accordo, negoziati per discutere dei diritti degli armeni si terranno entro le prossime 24 ore in un incontro tra i rappresentanti della popolazione armena locale e i rappresentanti delle autorità azere. In quella che il governo di Baku aveva definito “un’operazione antiterrorismo” sono morte una trentina di persone, mentre altre 20 circa risultano ferite. L’escalation – in quello che di fatto è un conflitto a bassa intensità caratterizzato da scoppi di violenza intermittenti – è stata di gran lunga la peggiore dal 2020, quando in una quarantina di giorni di scontri morirono circa 7mila tra militari e civili di entrambe le parti. Appelli per il cessate il fuoco sono stati diffusi dall’Unione Europea, dall’Onu – in questi giorni riunita per l’Assemblea Generale a New York – e dalla Russia, che ha contribuito nella mediazione della tregua.

Guerra dei 30 anni?
Se a far scattare i raid aerei martedì mattina era stata la morte di alcuni civili provocata – secondo la stampa azera – dall’esplosone di una mina anticarro piazzata dai separatisti armeni, le tensioni nella regione hanno origini lontane. Quello che si agita nel Caucaso meridionale è un conflitto che si trascina da 30 anni e che coinvolge due ex repubbliche sovietiche: l’Armenia, paese a maggioranza cristiana, storicamente sostenuto da Mosca, e l’Azerbaigian a maggioranza musulmana, vicino alla Turchia. Nel 1921 le autorità sovietiche unirono la regione del Nagorno-Karabakh, abitata in prevalenza da armeni, all’Azerbaigian. Dopo il crollo dell’Urss nel 1991, gli armeni della regione votarono per l’indipendenza con un referendum boicottato dagli abitanti azeri. I separatisti, sostenuti da Yerevan ne assunsero il controllo, con una guerra che ha causato – secondo le stime in circolazione – circa 30mila morti e migliaia di sfollati. Da allora la regione si definisce uno stato indipendente col nome di Repubblica dell’Artsakh, la cui capitale è Stepanakert, ma che non è riconosciuta a livello internazionale e che neanche l’Armenia riconosce. Ad un fragile cessate-il-fuoco raggiunto nel 1994 grazie alla mediazione di russi, francesi e americani del Gruppo di Minsk, non è seguito nessun progresso nei negoziati di pace portati avanti dall’Osce, in stallo fin dal primo giorno.
Accordo o capitolazione?
L’annuncio di un accordo di cessate-il-fuoco è stato accolto con incredulità a Yerevan dove migliaia di manifestanti ieri hanno bloccato le strade, chiedendo alle autorità di difendere gli armeni sotto attacco in Nagorno-Karabakh e invocando le dimissioni del premier armeno Nikol Pashinyan. Anche per questo, si è affrettato a rilasciare una dichiarazione in cui precisa che l’esecutivo armeno non ha avuto alcun ruolo nella mediazione russa e che non ha sottoscritto alcun accordo relativo al Nagorno-Karabakh. In altre parole, il capo dell’esecutivo armeno ha declinato ogni responsabilità per quella che in molti, a poche ore dall’annuncio, considerano di fatto una resa nei confronti dell’Azerbaigian. Se da un lato, infatti, la fine delle ostilità scongiura l’esplosione di un nuovo conflitto, dall’altro i termini dell’accordo raggiunto “privano gli armeni del Karabakh di ogni mezzo di autodifesa e cancellano ogni storica pretesa di autodeterminazione – , osserva Thomas De Waal analista di Carnegie Europe – proiettandoli verso un futuro incerto”. La regione – abitata da circa 120mila persone – vive già una situazione umanitaria molto precaria, dopo che dallo scorso dicembre Baku ha bloccato il corridoio di Lachin, che la collega all’Armenia, impedendo il traffico civile e commerciale.
Mosca perde colpi?
Gli echi del conflitto lampo in Nagorno-Karabakh stanno avendo una risonanza che va ben oltre la montagnosa regione del Caucaso meridionale. La decisione di Mosca, distratta dalla guerra in Ucraina, di non intervenire a sostegno dei separatisti armeni per contrastare l’aggressione azera si è infatti dimostrata cruciale nell’evoluzione degli eventi a favore di Baku. E mentre l’offensiva era ancora in atto, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, è parso addirittura approvare in qualche modo le azioni dell’esercito azero, affermando che stavano agendo “sul loro territorio”. Il distacco del Cremlino riflette un clima di tensioni crescenti con Yerevan, dopo che Pashinyan ha criticato l’invasione dell’Ucraina e, allontanando il suo paese dall’alleato tradizionale, ha iniziato a corteggiare l’Occidente. A testimoniare il progressivo cambio di postura, alcuni incontrovertibili segnali: un’esercitazione militare congiunta senza precedenti con gli Stati Uniti e l’invio di aiuti umanitari all’Ucraina, consegnati personalmente dalla moglie di Pashinyan. Fino alla dichiarazione di pochi giorni fa in cui il premier armeno ha detto: “non possiamo affidare solo alla Russia la nostra sicurezza”. Una lamentela che svela la delusione armena per il progressivo disinteresse di Mosca a garantire lo status quo in una regione che, un tempo, considerava come il cortile di casa.
Il commento
Di Eleonora Tafuro Ambrosetti, ISPI Research Fellow
“Limitarsi a condannare l’attacco azero solo a livello retorico rischia di sortire ben pochi effetti. Anche se l’efficacia delle sanzioni resta un tema controverso e tutt’altro che semplice, l’UE deve mandare a Baku un segnale univoco della necessità di non ricorrere all’uso della forza e le sanzioni restano una delle armi più potenti nell’ “arsenale” europeo. Essere in grado di imporre misure sanzionatorie commisurate alla gravità dell’azione militare rafforzerebbe infine la credibilità dell’UE e dei negoziati di pace a sua guida, affinché questi si trasformino in uno strumento reale di risoluzione di un conflitto che si trascina ormai da troppo tempo”.
A cura della redazione di ISPI Online Publications

La situazione in Armenia dimostra la debolezza della cosiddetta russia. Ecco perché ci sono stati attentati nella regione del Nagorno Karabakh. Per destabilizzare il governo di Erevan, capitale armena, che finalmente sta lasciando la cosiddetta russia nel momento di debolezza militare. Baku è sostenuta dalla Turchia e l’accordo tra azeri con la folta comunità armena ci sarà. Il problema è la Russia, non altro, così come nel Kossovo. Mosca cerca di aprire altri fronti per distrarre l’attenzione dall’ invasione dell’Ucraina … Non è “distratta” dalla guerra in Ucraina: semplicemente ne busca e ha già perso mezzo milione di uomini. Per questo nell’ex repubblica Sovietica, pensano bene di diventare autonomi da Mosca, che non è mai stata mediatrice, ma giogo.