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Nagorno-Karabakh, la guerra dei quattro giorni

Il bilancio dei caduti è provvisorio e non verificabile. Le uniche fonti sono quelle ufficiali e i numeri che
si attribuiscono reciprocamente hanno variazioni di grandezza notevoli.

di Marilisa Lorusso | 17 Aprile 2016

Qualcuno la definisce già la guerra dei quattro giorni: dal 2 aprile fino a una concordata de-escalation del 5 si è combattuto in Nagorno-Karabakh.

È il primo conflitto armato di medie proporzioni che porta al culmine un crescendo di tensioni, iniziato nell’estate 2011. Allora come oggi era in vigore il cessate il fuoco deciso nel 1994, che aveva portato se non a una stabilizzazione della situazione di sicurezza almeno a una pausa negli scontri.

La tregua, firmata dai rappresentati delle repubbliche di Armenia e di Azerbaijan e dal comandante in capo dell’esercito secessionista del Nagorno-Karabakh congelava un conflitto iniziato nel 1988 e ulteriormente esacerbatosi dopo la fine dell’Urss, per il controllo del territorio, abitato prevalentemente da armeni ma de jure facente parte dell’Azerbaijan.

Il Karabakh e sette regioni circostanti (la così detta cintura di sicurezza) rimaneva in mano armena, ma come repubblica indipendente non riconosciuta. Sul terreno i due eserciti – quello del Karabakh e quello azero – occupavano postazioni e trincee immutate per due decenni.

Gli scontri di inizio aprile
Dal 2011, ogni estate si sono registrate “offensive”, con l’intensificarsi degli scambi di fuoco. Ma non episodi sporadici: la febbre del Karabakh ha continuato a salire, e le violazioni del cessate il fuoco si sono fatte sempre più frequenti e distribuite nel tempo. A inizio del 2016 erano ormai quotidiane. Nessuna aveva però implicato una alterazione dello status quo sul campo di battaglia e, tutte, con rare eccezioni, si limitavano all’uso di armi leggere.

La svolta, nella natura del conflitto di bassa intensità che era in corso, avviene fra la tarda notte del 1° aprile e le prime ore del 2: lo scambio di fuoco si fa intenso lungo la così definita “linea di contatto” fra Azerbaijan e Karabakh.

Alle 8.30 muore il primo civile, il dodicenne Vaghinak Grigoryan, vittima di un MM 21 (Grad) che colpisce la sua scuola presso Martuni, a circa 40 km a Est della capitale del Karabakh Stepanakert (in azero, Khankendi). Mentre le parti si accusano reciprocamente di avere causato l’inasprimento degli scontri, si continua a combattere tutto il giorno, e per altri tre giorni, con vari gradi di intensità, di giorno e di notte.

L’Azerbaijan porta avanti un’offensiva che pare finalizzata a occupare le alture nel nord della linea di contatto, fra cui la collina Lala Tepe, di rilevanza strategica. Alla fine dell’offensiva, questo scopo militare pare raggiunto, ma non vi sono conferme da parte di Stepanakert.

Il fronte del conflitto è comunque stato esteso all’intero confine karabakho-azero. Il nord-est dovrebbe essere l’unica area in cui si è proceduto ad evacuare i paesi e paesini esposti agli scontri. A sud, invece, c’è stato uno sconfinamento del conflitto in territorio iraniano: tre colpi di mortaio sono caduti a Khoda-Afarin, nel nord-est, senza tuttavia causare vittime.

Il bilancio dei caduti è provvisorio e non verificabile. Le uniche fonti sono quelle ufficiali e i numeri che si attribuiscono reciprocamente hanno variazioni di grandezza notevoli. Le parti hanno riconosciuto che almeno 81 persone sono state uccise tra il 2 e il 5 aprile: 33 soldati armeno-karabakhi, 31 soldati azeri, 4 civili armeno-karabakhi, 6 civili azeri e 7 volontari armeni, colpiti da un drone sul bus che li portava alle zone di conflitto; 25 soldati armeno-karabakhi vengono ancora indicati come dispersi in battaglia.

Le posizioni di Azerbaijan e Armenia
Il conflitto si è ufficialmente combattuto fra un esercito di un paese non riconosciuto e il paese di cui de jure fa parte. Baku, però, non considera la guerra del Karabakh un conflitto secessionista, ma un atto di aggressione e poi occupazione della vicina Armenia a danni della propria integrità territoriale. E il ritorno al regime di cessate il fuoco è stato concordato fra il capo di stato maggiore dell’Azerbaijan e il capo di stato maggiore dell’Armenia.

Per Yerevan, ufficialmente non coinvolta direttamente nelle operazioni militari, questa è stata un’aggressione verso un paese sovrano e indipendente, anche se non riconosciuto, e con il quale ha rapporti preferenziali.

È da sottolineare che gli scontri del 2-5 aprile non hanno riguardato il confine armeno-azero, chiuso dalla guerra degli anni ’90 e in passato interessato da scambi di fuoco. Questo fa ipotizzare che si ci sia stato una sorta di tacito accordo – o una coincidenza di obiettivi strategici – a non far impennare il conflitto verso una guerra aperta fra due Stati riconosciuti internazionalmente, Armenia e Azerbaijan.

In questa tattica di delicatissimo equilibrio, entrambi i Paesi hanno rispettato le regole: l’Azerbaijan non ha esteso l’attacco, l’Armenia ha sistematicamente sottolineato nelle dichiarazioni ufficiali di non essere coinvolta direttamente nelle operazioni militari, semmai minacciando di prendervi parte o di ricorrere a forme di pressione diplomatica come il riconoscimento del Karabakh.

Mosca e Ankara, i risvolti militari
È questo forse l’unico dato incoraggiante, in un quadro molto poco chiaro che può anche fare ipotizzare uno sviluppo non controllabile. E se da una parte c’è uno status quo sempre più insostenibile, dall’altra ci sono soluzioni amministrative e politiche molto difficilmente negoziabili e ancora più remotamente implementabili per la totale distanza delle posizioni delle parti coinvolte. Ed è un quadro che ha anche importanti implicazioni militari.

Un aperto conflitto armeno-azero attiverebbe un processo a catena che rischierebbe di trascinare in guerra su posizioni opposte Russia e Turchia, legate dalle rispettive alleanze militari. L’Armenia è infatti membro dell’organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva, l’alleanza militare che raccoglie anche Russia, Kazakhstan, Tagikistan, Kirghizstan e Bielorussia.

L’Azerbaijan ha invece ratificato un accordo di partenariato strategico e mutuo supporto con la Turchia, entrato in vigore nel 2011 e che obbligherebbe Ankara a intervenire a difesa dell’alleato in caso di aggressione da parte di uno stato terzo.

Solo lo sviluppo sui campi di battaglia e dietro le porte sigillate delle diplomazie potrà confermare se questo rischio sarà scongiurato.

Pubblicato in : Primo pianoTag: 2011, anni, battaglia, comandante, danni, drone, Karabakh, nagorno, natura, persone, processo, regime, repubblica, scambio, scontri, scuola, soldati, sviluppo

Info Marilisa Lorusso

Marilisa Lorusso è Dottoressa in Democrazia e Diritti Umani, Cultrice di Storia dell’Europa Orientale, Facoltà di Scienze e Politiche, Università di Genova (marilisalorusso.blogspot.it).

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