
Non sappiamo ancora cosa sia realmente accaduto né quale sia stata l’esatta dinamica dei fatti che hanno portato alla morte di Abderrahim Fakir, 42 anni, deceduto a Bologna durante un fermo di polizia. Sappiamo però che è morto un uomo. Ed è da questa semplice, incontestabile verità che dovrebbe partire qualsiasi riflessione. Le immagini diffuse fanno impressione. Ricordano quelle viste tante volte negli Stati Uniti, dove le tecniche di immobilizzazione a terra hanno spesso alimentato polemiche, processi e richieste di riforma delle procedure di polizia. Non significa che i casi siano uguali, né che le responsabilità siano le stesse. Significa soltanto che quelle immagini suscitano interrogativi ai quali è doveroso dare una risposta. Non conosciamo il comportamento tenuto dall’uomo prima dell’intervento degli agenti. Se abbia reagito con violenza, se fosse in stato di alterazione o se vi fossero ragioni che abbiano reso necessario un intervento tanto energico saranno gli accertamenti a stabilirlo. Allo stesso modo, sarà la magistratura a verificare se l’operato delle forze dell’ordine sia stato conforme ai protocolli oppure se vi siano stati errori o responsabilità. Per questo stupisce la rapidità con cui la politica, ancora una volta, si è schierata. C’è chi ha deciso, quasi d’istinto, di difendere senza riserve l’operato degli agenti e chi, al contrario, ha immediatamente parlato di responsabilità delle forze dell’ordine e invocato manifestazioni di piazza. È una dinamica ormai abituale: prima arrivano le bandiere, poi i fatti. Prima le appartenenze, poi la ricerca della verità. Eppure dovrebbe accadere l’esatto contrario. Oggi disponiamo di strumenti che fino a pochi anni fa non esistevano. Le bodycam indossate dagli agenti, le telecamere di sorveglianza e le consulenze tecniche consentono di ricostruire con precisione ciò che è avvenuto. È giusto attendere che siano questi elementi, e non le tifoserie politiche, a parlare. La morte di una persona non può essere trasformata nell’ennesimo terreno di scontro tra centrodestra e centrosinistra. Non è una partita di calcio, non è un derby ideologico nel quale ciascuno deve difendere la propria curva. Da una parte non possono esserci quelli che, a prescindere, hanno sempre ragione perché indossano una divisa; dall’altra non possono esserci quelli che, altrettanto a prescindere, vedono sempre e comunque un abuso. Le istituzioni democratiche si fondano su un principio molto semplice: la fiducia nelle forze dell’ordine e, allo stesso tempo, il controllo sul loro operato quando si verificano episodi così gravi. Difendere questo equilibrio significa tutelare sia chi porta una divisa sia ogni cittadino. Le due cose non sono in contraddizione. Qualunque sarà l’esito delle indagini, una certezza esiste già: un uomo ha perso la vita. Merita rispetto lui, lo meritano i suoi familiari, lo meritano anche gli agenti coinvolti, che hanno diritto a essere giudicati sulla base dei fatti e non delle emozioni o delle convenienze politiche. La verità non appartiene né alla destra né alla sinistra. Appartiene ai fatti. E i fatti, soprattutto quando c’è di mezzo una vita umana, dovrebbero sempre arrivare prima delle ideologie.
Angelo Santoro

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