Il protagonista, diciottenne cresciuto a New York si arruola nei Marines per sfuggire alla povertà e, nel 1966, viene spedito in Vietnam.
Al ritorno a casa, Nelson è uno di coloro che sono riusciti a fare ritorno da vivi, è traumatizzato e vive per strada prima che qualcuno lo aiuti.
Sempre con la mente al passato matura l’idea di testimoniare contro la guerra: contro tutte le guerre. La prima uscita in pubblico si ha alla scuola del figliastro che gli ha comunicato il desiderio di entrare nei Marines.
Inveisce arrabbiato contro la direzione scolastica che ha fatto intervenire soldati per pubblicizzare il possibile arruolamento.
La direzione scolastica propone, quindi, all’ex manine di dire la sua. E’ in quella sua prima uscita pubblica che una ragazzina chiede:
“Mr Nelson lei ha ucciso qualcuno?
“Uccidevo prima che loro uccidessero noi, rispondevamo a ordini precisi” Tutto ha inizio, per il tormentato protagonista, da quella semplice domanda,ma è partendo dall’ossessione di un tremendo senso di colpa che lo psicologo, interpretato da Geffrey Rush, alla fine riesce a scalfire la maschera dell’ex soldato. La presa di coscienza di Nelson farà sì che da quel momento, passerà la vita a testimoniare le nefandezze di tutte le guerre. Il protagonista ha tenuto circa 1200 incontri pubblici per raccontare la sua esperienza, è tornato anche in Vietnam per autofragellarsi.
Tutta la prima parte del film è un susseguirsi di scene terribili di rappresaglie e di violenze più che gratuite. Se si considera che la guarnigione in esame è tutta composta da soldati di colore, comandata da un sergente bianco che incita alla violenza, comprendiamo che non si tratta solo di una condanna della guerra, ma anche delle contraddizioni sociali interne agli USA.
Nonostante un suo innegabile valore la giuria della Mostra lo ha dimenticato.
Colpevolmente? Direi di sì.
Maria Rita Monaco



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