
Due elezioni, due riconferme, nessuna voglia di cambiare. Salvini si tiene stretta la Lega, nonostante il consenso perduto e le sue persistenti simpatie putiniane. Lula, a ottant’anni, conquista per la quarta volta la presidenza del Brasile, trascinandosi dietro le contraddizioni di una politica statalista, le difficoltà economiche e le polemiche sulla regolarità del voto. Due uomini politicamente lontani, ma accomunati dalla stessa straordinaria capacità di restare al potere, anche quando i risultati della loro gestione meriterebbero ben altre riflessioni.
Cominciamo dalla Lega. Salvini ottiene 465 voti contro i 146 dello sfidante Massimo Garavaglia, assicurandosi la segreteria fino al 2030. Una maggioranza congressuale del 76% che dimostra quanto il suo controllo sull’organizzazione rimanga solido, nonostante il ridimensionamento elettorale del partito e le difficoltà nel recuperare il consenso perduto. Il problema, tuttavia, non è tanto la sua rielezione, quanto la linea politica che intende perseguire.
Dal congresso Salvini annuncia infatti di voler portare in Consiglio dei ministri la richiesta di interrompere gli aiuti economici e militari all’Ucraina. Una posizione coerente con la sua lunga storia di aperture politiche verso Vladimir Putin, ma difficilmente conciliabile con gli impegni internazionali dell’Italia e con la necessità di impedire che un’aggressione militare diventi uno strumento legittimo per modificare i confini di uno Stato sovrano. Salvini continua a presentare la rinuncia al sostegno di Kiev come una scelta di pace, trascurando il fatto che lasciare l’Ucraina senza sufficienti mezzi di difesa non fermerebbe automaticamente la guerra, ma rafforzerebbe soprattutto la posizione negoziale di Mosca.
Ma il vero problema di Salvini potrebbe trovarsi proprio dentro casa. Dietro la sua riconferma si intravede infatti una frattura politica che il risultato congressuale non ha affatto cancellato. Da una parte il segretario, con la sua continua ricerca di visibilità e una comunicazione sempre più aggressiva, dall’altra Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, uomo di governo e probabilmente il più influente rappresentante dell’anima pragmatica della Lega. Giorgetti è una sorta di deus ex machina della politica leghista, uno che parla poco, evita le sceneggiate e conosce perfettamente i meccanismi del potere, delle istituzioni e dell’economia. Non ha bisogno di occupare quotidianamente i telegiornali per esercitare la propria influenza.
Al congresso Giorgetti ha ricordato che nelle storiche roccaforti settentrionali la Lega ha perso una parte enorme del proprio consenso, chiedendo maggiore spazio per chi dimostra di saper raccogliere voti sul territorio. Un intervento che suona come una critica alla gestione del partito, tanto più significativa considerando che Garavaglia ha espresso una linea vicina alle sensibilità dell’area più pragmatica. Non esiste ancora uno scontro aperto tra Salvini e Giorgetti, ma le premesse politiche di un possibile frontale sono evidenti. Salvini deve inseguire consensi, Giorgetti deve tenere in ordine i conti dello Stato, rassicurare i mercati e garantire la credibilità finanziaria del governo. Due esigenze che rischiano di diventare incompatibili. E se lo scontro arriverà davvero, Salvini potrebbe scoprire che vincere un congresso è molto più semplice che governare gli equilibri economici e politici di un Paese.
Dall’altra parte dell’Atlantico, la situazione è ancora più delicata. Lula viene rieletto presidente del Brasile con il 51,79% dei voti contro il 48,21% di Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair. Oltre 64 milioni di voti contro quasi 60 milioni, una differenza di circa 4,4 milioni di preferenze che consegna al leader della sinistra brasiliana un quarto mandato non consecutivo. Il risultato è ufficiale, ma lo svolgimento delle operazioni elettorali ha aperto una controversia istituzionale destinata a lasciare conseguenze politiche.
Durante la giornata elettorale, il giudice della Corte suprema Cristiano Zanin dispone una proroga di due ore delle votazioni, portando la chiusura prevista dalle 17 alle 19. La decisione accoglie una richiesta della coalizione di Lula, che denuncia difficoltà nei trasporti pubblici in diverse città, comprese alcune località dello Stato di Bahia, una delle principali roccaforti elettorali del presidente, dove quest’ultimo raccoglie oltre il 71% dei voti. C’è però un particolare che rende la vicenda particolarmente controversa: Zanin è stato l’avvocato personale di Lula ed è stato nominato alla Corte suprema proprio dal presidente brasiliano nel 2023.
Anche la campagna di Flávio Bolsonaro aveva richiesto un prolungamento delle votazioni, ma limitatamente ad alcune località colpite dal maltempo. La decisione di Zanin viene invece inizialmente estesa all’intero territorio nazionale, per essere successivamente circoscritta ai seggi ancora aperti. Nel frattempo numerose sezioni avevano già concluso le operazioni, generando confusione e contestazioni. Non esistono attualmente prove accertate di una falsificazione del risultato, ma resta la questione dell’opportunità istituzionale di una decisione tanto delicata, assunta a pochi minuti dalla chiusura delle urne da un magistrato legato professionalmente, in passato, a uno dei candidati. Flávio Bolsonaro ha annunciato di non riconoscere il risultato e di volerne chiedere l’annullamento.
Ma il problema brasiliano non si esaurisce nelle polemiche elettorali. C’è una questione economica e geopolitica assai più profonda che riguarda proprio l’impostazione ideologica di Lula. Il presidente non governa un sistema comunista in senso stretto, ma continua a muoversi secondo una concezione fortemente statalista e assistenzialista dell’economia, erede di una tradizione socialista latinoamericana che considera l’intervento pubblico la risposta privilegiata a quasi ogni problema sociale. Una politica che può produrre consenso elettorale immediato, ma che rischia di lasciare irrisolti i problemi strutturali di un Paese dalle straordinarie risorse naturali e industriali.
Il Brasile presenta un debito pubblico che, secondo le misurazioni nazionali, supera ormai l’82% del PIL, tassi d’interesse elevatissimi, una pressione crescente sulla spesa statale e milioni di famiglie e imprese fortemente indebitate. Il problema non è sostenere le fasce più deboli della popolazione, ma pretendere di farlo attraverso una continua espansione della spesa senza creare le condizioni per una crescita sufficientemente robusta della produttività, degli investimenti e dell’occupazione qualificata. È il limite storico di una certa cultura politica latinoamericana, convinta che la redistribuzione della ricchezza possa precedere indefinitamente la sua produzione.
Sul piano internazionale, poi, Lula continua a privilegiare il rafforzamento dei BRICS, la collaborazione strategica con la Cina e una diplomazia dichiaratamente ostile alle ingerenze americane. Una linea che, nella sua ricerca di autonomia, rischia però di trasformarsi in un isolamento progressivo rispetto a una parte crescente dello scenario sudamericano. L’Argentina di Javier Milei rappresenta una visione economica e politica radicalmente opposta, mentre altri governi della regione hanno assunto orientamenti più conservatori e favorevoli a un rapporto stretto con Washington. Il Brasile, che per dimensioni economiche, popolazione e risorse dovrebbe rappresentare il naturale punto di riferimento dell’America meridionale, rischia così di trovarsi in una posizione sempre più difficile, stretto tra le ambizioni geopolitiche cinesi, le pressioni americane e le divergenze con i propri vicini.
Lula sembra ancora convinto che il prestigio internazionale si costruisca attraverso le alleanze ideologiche e la retorica antimperialista. Ma la politica internazionale del XXI secolo si misura soprattutto sulla capacità industriale, sull’innovazione tecnologica, sulla solidità finanziaria e sulla competitività. Il Brasile dispone delle risorse necessarie per diventare una delle grandi potenze economiche mondiali, ma non può permettersi di sacrificare questa prospettiva sull’altare di una visione politica rimasta troppo legata alle contrapposizioni del secolo scorso.
Le due vicende, pur profondamente diverse, mettono in evidenza un aspetto ricorrente della politica contemporanea: la straordinaria capacità di sopravvivenza di leadership che, indipendentemente dai risultati conseguiti e dalle contestazioni ricevute, continuano a rappresentare il principale riferimento delle rispettive organizzazioni.
Salvini conserva la guida della Lega, ma dovrà prima o poi misurarsi con Giorgetti e con quella parte del suo partito che guarda più ai risultati economici che agli slogan. Lula conquista altri quattro anni alla presidenza del Brasile, ma eredita un Paese profondamente diviso, un’economia gravata da problemi strutturali e uno scenario geopolitico regionale molto meno favorevole rispetto al passato.
In definitiva, ieri sono stati riconfermati due uomini politici che sembrano appartenere a una stagione dalla quale il mondo sta cercando faticosamente di uscire. Il primo continua a inseguire Putin e un consenso che non riesce più a recuperare, il secondo ripropone una ricetta economica e ideologica che fatica a confrontarsi con le trasformazioni del continente sudamericano.
Entrambi hanno ottenuto altro tempo. Resta da capire se sapranno utilizzarlo per cambiare qualcosa oppure se continueranno a considerare la propria permanenza al potere come il principale risultato della loro attività politica.
Piero Terracina

Temo che della politica del Brasile lei conosca molto poco.
In particolare delle politiche di giustizia sociale e sovranità nazionale messe in campo dal socialista democratico Lula.
Mettere nello stesso articolo Salvini e Lula poi …mah…