
Sulla nuova legge di Bilancio si può dire che è mediocre rispetto alla grandezza dei problemi di finanza statale, e velleitaria nella ricerca ovunque di piccolo consenso, ma per lo meno non scassa i conti pubblici.
Non è poco, in un anno elettorale. Il Ministro dell’economia Giorgetti, nella settimana in cui è cautamente passato all’opposizione dentro la Lega, ha confermato senso di responsabilità.
Lo ha paradossalmente aiutato l’Istat, invece nervosamente criticato dalla Premier Meloni, che con quello 0,1% ha impedito di usare più di tanto la spesa pubblica, che già viaggia verso 1200 miliardi.
Il freno viene peraltro dalle regole europee. La stessa Europa matrigna è anche l’Europa benevola che ti offre la possibilità di usare 14 miliardi su 26 in deroga, per l’importanza degli obiettivi da conseguire in materia di energia e difesa, quest’ultima aiutata solo da Bruxelles con disappunto del Ministro Crosetto e la solita demagogia di Giuseppe Conte che ne nega l’urgenza.
La manovra vera e propria è pertanto di 12 miliardi, robetta rispetto alla lista della spesa sciorinata dalla maggioranza come se non fossero solo desideri. Con l’aggravante che sanità e cultura sono trascurate.
A coprire quasi metà dei 12 mld dovranno provvedere banche e assicurazioni ma i destinatari denunciano la violazione dell’accordo per 10 miliardi già siglato lo scorso anno. Difficile pensare che quei soldi non escano alla fine dalle tasche di correntisti e assicurati
Per capire l’inezia di cui parliamo basti ricordare che la spesa per interessi sul debito prevista nel 2026 è di 96,9 miliardi (sopra 100 nel 2027) e che sono 40 quello che ancora costerà il residuo dei bonus edilizi. Un altro raffronto? Il fiscal drag si porterà via nel 27 ben 8 miliardi (ti do, ti porto via). Aggiungiamo che i soli debiti Ilva sono 8 miliardi, e – se l’impianto chiude come deciso dalla magistratura – emergeranno a carico di tutti noi, prima che forse qualcuno si accolli (spendendo un euro) il rilancio di quel che resta dell’immensa cattedrale di Taranto.
Cosa c’è, comunque, dentro quei 12 miliardi? Una sola cosa politicamente importante: la riduzione Irpef per il ceto medio, ma è diventata al massimo 500 euro per chi guadagna 50 mila e più. Le altre sono velleità di tante esigenze più da catalogare che da risolvere. Un esempio. Il Governo dice: abbiamo pensato ai giovani, e in effetti gli under 35 pagheranno solo l’1% dell’incremento salariale conseguito. Attenzione: non su tutto lo stipendio, ma solo sulla parte incrementale. Col risultato però che due lavoratori con lo stesso reddito pagheranno un’Irpef diversa a seconda del contratto. In prospettiva non vi sarà più un’aliquota ma un’infinità di aliquote ad personam. Un caos probabilmente anticostituzionale.
Anche la flat tax fino a 100 mila euro per gli autonomi è fonte di disuguaglianze, perché a parità di reddito un autonomo risparmierà molto rispetto ad un dipendente, con incentivo ad uscire.
Salvini avrebbe vinto invece la battaglia per la pensione a 64 anni, ma è finanziata con soli 850 milioni e dunque è a scadenza, comunque non è affatto lo smantellamento della Fornero (annunciata più della fine della guerra in Iran da Trump) e soprattutto non si dice che sarà a pagamento (almeno il 10%).
Belle cosa aver pensato ai neonati versando per loro 100 euro (all’anno). E’ copiata dalla Germania che l’ha varata con 120 euro, e si calcola che a 65 anni possa restituire (al 7% composto, mica poco) circa 53 mila euro (ma cosa varranno a fine secolo?). E’ un incentivo per versamenti aggiuntivi della famiglia e sta bene, ma è la prova provata che non si può far affidamento sulle pensioni future.
Buona l’idea di incentivare i proprietari di casa ad affittare ai giovani pagando solo l’1%, ma cosa significa canone concordato al ribasso e a quali livelli di reddito la norma verrà applicata?
Già, perché molte delle norme annunciate richiedono chiarimenti e regolamenti rinviati nel tempo o con validità solo nel 2027, e quindi occorrerà davvero attendere la fase applicativa.
Per ora, accontentiamoci di ascoltare inni di gloria e ingiurie da talk, tra lo scetticismo dei cittadini.
Beppe Facchetti


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