
Quando un personaggio come Youssef Siher arriva a evocare Hitler che difende eroicamente la Germania dai “terroristi” alleati, il problema non è più soltanto la miseria intellettuale di certe provocazioni, ma il contesto politico e culturale che consente a simili discorsi di trovare ascolto, legittimazione e complicità.
Qui emerge il fallimento di un modello di integrazione che, anziché pretendere una chiara adesione ai principi della democrazia liberale, ha scambiato il rispetto delle differenze con la rinuncia a difendere i propri valori.
L’islamismo politico, ha compreso perfettamente ciò che la “intellighenzia” continua ostinatamente a non capire: non occorre abbattere le istituzioni dall’esterno quando si possono sfruttare dall’interno, utilizzando il linguaggio dei diritti, dell’antirazzismo e dell’inclusione per promuovere idee che di quei diritti rappresentano la negazione.
A spalancare le porte troviamo il solito, grottesco esercito di professori ideologizzati, sindacati filo Hamas, cattocomunisti, studenti acefali semianalfabeti, e vecchi arnesi della militanza, talmente impegnati a combattere un fascismo immaginario da non riconoscere nemmeno quello che si manifesta sotto i loro occhi.
In poche parole tutta quella poltiglia che va sotto di Sinistra che ha totalmente estremosso la sua anima riformista per abbracciare questa feccia che invoca Hitler e esalta il 7 ottobre come se fosse normale.
Gente che si proclama erede della Resistenza e poi trova sempre una giustificazione per chi relativizza il nazismo, demonizza le democrazie occidentali e trasforma il fanatismo e il terrorismo in una forma di emancipazione.
Non è integrazione. È una capitolazione culturale, resa possibile da una classe intellettuale che ha sostituito il pensiero critico con il peggiore riflesso ideologico.
Il problema non è soltanto chi disprezza i nostri valori democratici. È soprattutto chi, avendo il compito di difenderli, si è convinto che farlo sia diventato “fascista”.
David Pacifici


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