La democrazia intesa come governo degli ottimati, di una élite che si proclama parte sana del Paese, è la negazione della regola fondamentale della democrazia intesa come governo del popolo.

Non prenderò in esame gli aspetti contingenti della polemica politica oggi in corso fra il Presidente del Consiglio e i suoi competitori, come lui alla ricerca del consenso degli elettori. Mentre mi pare superata la censura di Massimo D’Alema sull’immoralità delle sfida di Monti nei confronti dei partiti che hanno sostenuto il suo governo, è invece interessante il dibattito sulla novità, anzi sull’anomalia del “montismo” come mutazione della vita politica italiana.
Monti, dopo ponderata riflessione, ha deciso che il modo migliore per dare continuità alla sua azione di governo sia la richiesta diretta e personale del consenso dei cittadini. Ha anche accettato, in vista di questa finalità, l’alleanza con gli ultra-usurati Fini e Casini. Sta di fatto che Monti ha riempito il vuoto aperto dall’ignavia di tutti i partiti della seconda Repubblica, riluttanti a far fronte in proprio all’emergenza.
Ci si chiede tuttavia da più parti se questo esperimento costituisca una turbativa delle regole essenziali della democrazia. L’analisi su questo aspetto fondamentale ha trovato ampia ospitalità sul quotidiano “Il Foglio” di Giuliano Ferrara, ma anche sul Corriere della Sera.
Piero Ostellino (Corriere del 5 gennaio) chiosa con questa domanda la decisione di Monti di voler controllare se la coalizione nata in suo nome, una volta al governo, sarà fedele all’agenda intorno alla quale si è costituita: ”A quale titolo Lei, neppure eletto, controllerà Parlamento e governo?”. Segue un quesito al vetriolo: “Siamo di fronte ad un salazarismo all’italiana?”. L’ipotesi è provocatoria, ma è lecito domandarsi se l’operazione Monti è incentrata su un’interpretazione conservatrice della teoria delle élite, che risale a Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca, dal momento che la nuova classe tecnocratica che assunto la guida del Paese nell’ora del grande pericolo rivendica una sorta di primato sulla democrazia dei partiti. In questa ottica Il Foglio ricorda che Monti ha scritto un libro, “La democrazia in Europa”, insieme all’euro-parlamentare francese Sylvie Goulard, ove si enfatizzano le tesi del politologo americano Nathan Gardels, secondo il quale “la democrazia ha bisogno di essere depoliticizzata, e più innervata di meritocrazia e di competenza”.
Non so se queste idee albergano nell’animo e nei propositi di azione del Presidente Monti. Forse il rischio che Monti si sia “montata la testa” non è del tutto immaginario. La sua eccelsa autostima sembra pari alla sua cultura e alla sua intelligenza. E allora è forse il caso di approfondire l’argomento. La democrazia intesa come governo degli ottimati, di una élite che si proclama parte sana del Paese, è la negazione della regola fondamentale della democrazia intesa come governo del popolo, che sceglie i suoi governanti eleggendoli secondo il principio “ogni testa, un voto”. Questa è l’essenza del sistema democratico. Dunque l’espressione democrazia depoliticizzata è un non senso, o una aberrazione. Così come è aberrante la scelta montiana di affidare la depurazione delle liste dei candidati al Parlamento al dottor Enrico Bondi: come se si trattasse di scegliere i dirigenti di Parmalat in amministrazione straordinaria! Esce parimenti dal seminato il gran bocconiano quando ammonisce che lo spartiacque non è più fra destra e sinistra, ma fra europeisti riformatori e populisti.
C’è un aureo libretto in argomento di Norberto Bobbio, che forse il professore non ha letto. Questo dualismo non è obsoleto, ma esiste in tutte le democrazie mature, e specialmente in Europa e negli Usa, ove l’alternanza al governo fra partiti di destra e di sinistra ha consentito di realizzare alti livelli di civiltà e di benessere. Naturalmente è indispensabile che i due grandi contenitori siano costantemente arricchiti di nuove idee, di nuovi progetti e di nuovi dirigenti.
Quando invece la missione di ciascuno dei poli si riduce alla delegittimazione acrimoniosa dell’altro il bipolarismo è disastroso. È quello che è successo da noi e che Giorgio Napolitano, parlando negli Stati Uniti, ha definito iper-bipartisanship.
Quanto all’esigenza di rafforzare il ceto politico che, legittimato dal voto popolare, è deputato a governare il Paese ai vari livelli istituzionali con personalità provenienti dal mondo della cultura, dell’economia e della pubblica amministrazione, è bene ricordare che la circolazione delle élite fortifica la democrazia. E infatti ai tempi della vituperata prima Repubblica anche in Italia, come nelle grandi nazioni democratiche, i partiti erano il luogo di selezione della classe politica, ma attribuivano anche primarie responsabilità a personalità dotate di riconosciuta competenza. Lo fece Craxi nominando ministri Antonio Ruberti, Franco Reviglio e Renato Ruggero. Così fecero poi Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi.
Resta comunque davanti ai nostri occhi la straordinaria novità odierna. Sorprendendo gran parte dei suoi mallevadori, fra cui forse lo stesso capo dello Stato, Monti ha deciso di chiedere il voto per sé e per i suoi aiutanti di campo: una falange dei “migliori”, la sola in grado di rimediare ai guasti degli incapaci.
Mi astengo da ogni previsione sul responso delle urne. Mi limito ad una osservazione: chi si proclama capo della mitica società civile deve dimostrare di possedere le doti indispensabili di ogni leadership politica, prima fra tutte la capacità di parlare alla mente e al cuore del cittadino comune, con vigore e passione.
È il carisma di cui erano sicuramente forniti i capi dei maggiori partiti italiani, da De Gasperi a Fanfani, da Moro, da Berlinguer, da Craxi a Spadolini, da Saragat a Pertini, da Malagodi a La Malfa. Non mi pare che Mario Monti possa eguagliarli.

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