
È passata la riforma sulla separazione delle carriere. Terza lettura, voto chiaro, aula che esplode. La maggioranza festeggia, l’opposizione trasforma il dissenso in coreografia di spintoni e slogan. Non è il derby della domenica, è l’ordinamento della giustizia. Eppure, scena madre.
Parliamo chiaro. Oggi giudici e pm entrano con lo stesso concorso e possono cambiare binario in corsa. La riforma spezza quel pendolarismo: scegli all’inizio se fai il giudice o il pubblico ministero e lì resti. Percorsi formativi separati, due organi di autogoverno distinti, e una nuova Alta Corte disciplinare che toglie al vecchio Csm il ruolo di giudice dei propri membri. L’obiettivo dichiarato è semplice: un giudice davvero terzo tra accusa e difesa, niente promiscuità, niente “oggi accuso, domani giudico”. Piaccia o non piaccia, è cristallino.
Il punto politico è un altro: la sinistra ha messo in scena la solita democrazia a interruttore. Quando i numeri sono favorevoli, la maggioranza diventa “voce del popolo”. Quando non lo sono, si da’ il via a fischi, cortei improvvisati sotto i banchi del governo, accuse rituali. Si invoca la Costituzione al mattino e la si usa come manganello al pomeriggio. Questo non è garantismo, è teatro intimidatorio. E ha nomi e cognomi: la protesta più agitata è arrivata dai gruppi di Pd e M5S, con Chiara Braga in testa nelle contestazioni e Antonio Tajani costretto pure a spiegare se stesse applaudendo o no. Capite il livello? Si discute di architettura costituzionale e ci ritroviamo a commentare “pacca sì, pacca no”.
La rissa è un autogol gigantesco. Se vuoi fermare la riforma, smontala nel merito. Spiega perché i due Csm rischiano squilibri, perché l’Alta Corte potrebbe non funzionare, dove stanno le crepe tecniche. Porta emendamenti solidi, fai politica adulta. Invece abbiamo visto il solito format: volume al massimo, argomenti al minimo, vittimismo di contorno. Così regali alla maggioranza l’ etichetta di “serietà riformatrice”.
C’è poi il nodo culturale. La sinistra italiana parla di pluralismo ma non tollera la pluralità quando non governa. Si nutre di procedure quando le conviene e le brucia come carta straccia quando perde. È la democrazia a interruttore: on quando controlli l’agenda, off quando la realtà ti smentisce. Ma la Repubblica non è un lampadario: non si accende e spegne a sentimento. Funziona con voti, numeri, responsabilità. E sì, anche con la disciplina di accettare che a volte perdi e la volta dopo torni più preparato. Il resto è rumore.
Torniamo alla sostanza. Separare le carriere significa elevare un muro portante tra chi accusa e chi giudica. È un cambiamento profondo, non un ritocco di vernice. Si può criticare, eccome. Ma si fa col bisturi, non col megafono. Perché se trasformi l’Aula in un’arena, poi non stupirti se il Paese vede una maggioranza che lavora e un’opposizione si che agita. E davanti a un eventuale referendum, indovina chi convince di più?
Chiudiamola così: la politica non è una rissa col microfono aperto. È la fatica di argomentare, correggere, migliorare. La sinistra decida se giocare questa partita a testa alta o continuare con l’interruttore in mano. La giustizia merita luce fissa, non lucine stroboscopiche a tempo di slogan.
Piero Terracina

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