
Il mondo è in guerra, l’inflazione torna a salire, l’economia italiana arretra, la crisi energetica strozza famiglie e imprese, ma Meloni in Parlamento non ha nessuna strategia da presentare, nessuna risposta seria ai veri problemi del Paese; piuttosto, ha scelto la solita modalità di attaccare, radicalizzando le posizioni e i toni, perché vuole recuperare a destra, nel suo elettorato storico.
Nel mirino finiscono l’Europa dei burocrati, i volenterosi che escludono l’Italia dai loro vertici, la transizione ecologica e tutto quello che alla presidente del Consiglio può farle ombra, può suonarle come critica e può contrastarla. Vittimismo e sovranismo allo stato puro sono le carte vincenti che Meloni si propone ancora una volta di giocare, per una campagna elettorale che sarà la più lunga mai vissuta dal Paese.
L’unica novità da prendere sul serio è l’attacco a Vannacci, contro quella destra che, non votando come lei, a suo dire, finirebbe per aiutare la sinistra.
Il destino, come spesso accade in politica, ha fatto sì che quegli stessi argomenti con cui vinse la campagna elettorale nel 2022 adesso siano usati contro di lei, con l’accusa di essere moderata e di aver tradito, stando al governo i principi e i valori della vera destra neofascista: razzismo, nazionalismo antieuropeista, odio per i migranti, insofferenza per il diverso, omofobia, machismo, esaltazione delle gerarchie e difesa delle diseguaglianze sociali.
Vannacci passa a raccolta di tutto questo marciume politico e culturale che cova nella società italiana; quel “fascismo perenne” che sta nella pancia di un Paese che il fascismo ha inventato e da cui mai è riuscito a liberarsi fino in fondo.
Meloni si preoccupa,consapevole di rischiare di perdere un pezzo identitario e decisivo del suo elettorato più nero.
Perciò, ieri ha deciso di attaccare. Ci sarà poi tempo per valutare gli effetti che può avere lo scontro con Vannacci. Intanto -così ragiona Meloni- urge occupare gli spazi lasciati vuoti su cui il competitor sta crescendo e quindi spostare sempre più a destra l’asse politico del governo.
È avvenuto un fatto politico nuovo che caratterizzerà i prossimi mesi.
La sinistra non deve cadere nella trappola, sbaglierebbe a cullarsi nelm’idea che le divisioni a destra potrebbero elettoralmente favorirla. Infatti, niente esclude che, dopo una fase di competizione e di scontro, alle elezioni la destra si presenti nuovamente unita. È un gioco che sta nel suo DNA fin dai tempi di Berlusconi e delle sue vittorie.
A mio avviso, l’unica possibilità di battere questo disegno da parte della sinistra è di costruire uno schieramento, un campo largo che rivendichi i principi, i valori e la promessa di emancipazione della nostra Carta Costituzionale. Un’alleanza politica e sociale capace di difendere la Costituzione, ma anche di parlare a chi paga l’inflazione, le bollette, i salari bassi e il disagio crescente di una società sempre più egoista e diseguale.
Come ha dimostrato il referendum sulla giustizia, è su questo terreno che può mobilitarsi la maggioranza dei cittadini e vincere le elezioni.
Si tratta di non inseguire la destra, che si radicalizza sempre più, ma di alzare il livello dello scontro politico e il carattere alternativo dei contenuti ideali e programmatici.
Riusciremo a capire che questa per noi è la sola strategia obbligata e vincente? Lo vedremo nelle prossime settimane.
Enrico Rossi

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