Chi davvero determinò la vittoria della Democrazia cristiana (Dc) il 18-19 aprile del 1948? Molti pensano che Alcide De Gasperi vada proclamato, se non santo, almeno Beato, perché ne fu il condottiero. Secondo la narrazione compiacente, egli giunse in solitaria sulla vetta, ma volle condividere il trionfo con i partitini di centro. Lo storico diffida delle aureole. Mette in ordine la sequenza dei fatti e documenta. Chi fu il vero motore e il beneficiario di quelle elezioni, decisive per l’Italia di ieri, oggi e domani? Non il segretario della Dc, ma i monarchici e i massoni italo-americani che gl avevano fatto un corso accelerato di “Occidente”. De Gasperi apprese e si adeguò. Del resto era presidente del Consiglio di un Paese che aveva perso la guerra. L’Italia non aveva scelta. L’11 gennaio 1948 vennero massacrati a Mogadiscio 52 italiani e 11 somali filoitaliani. Roma tacque. Scese la saracinesca dell’oblio sulla nostra politica coloniale, rievocata nello splendido album “Viaggio nella Somalia italiana” di Alberto Alpozzi con prefazione di Maria Gabriella di Savoia. Il 12 gennaio il comunista Umberto Terracini, presidente della Costituente, impedì la rievocazione di Vittorio Emanuele III, che poteva e doveva essere occasione di dell’esame di coscienza tuttora tardante.
All’indomani delle elezioni De Gasperi varò il “centrismo” con liberali, repubblicani e socialdemocratci, durato sino all’avvento del centro-sinistra precorso da Amintore Fanfani e attuato su impulso di Aldo Moro. Lo fece per una sorta di schivo buon cuore? No. Infatti alle elezioni la Dc ottenne il 48,5% dei voti per la Camera dei deputati e 305 seggi su 573. A Montecitorio aveva dunque una solida maggioranza. Al Senato ottenne invece il 48 % e spuntò appena 131 scranni sui 237 in palio. Ma la Camera Alta venne formata da 344 patres. Il 24 aprile scattò infatti la III disposizione transitoria della Costituzione, che stabiliva la nomina di 107 senatori dalle speciali benemerenze: ex presidenti del Consiglio e di Assemblee legislative, membri del disciolto Senato del regno non epurati per connivenza col regime (fu il caso, per esempio, di Benedetto Croce e Luigi Einaudi), ex deputati con tre legislature alle spalle, inclusa la Costituente, quelli dichiarati decaduti il 9 novembre 1926 perché indebitamente assenti (gli “aventinisti”) o condannati a cinque anni dal Tribunale speciale fascista per la difesa dello Stato e, infine, i senatori regi che avessero fatto parte della Consulta Nazionale (1945-1946). Si disse che alcuni sarebbero diventati senatori “per meriti carcerari”.
Ironia a parte, il dato politico è fondamentale. Dei 107 “senatori di diritto” i democristiani furono appena 18. I comunisti ne contarono 31; i socialisti 11; i socialdemocratici 13. Sei scranni andarono ai repubblicani, 5 ai liberali, 4 ai democratici di sinistra (fiancheggiatori del Fronte popolare). Diciannove si iscrissero al “gruppo misto”. I più erano di orientamento laico e poco teneri verso la Dc, bastione dei clericali organizzati dai Comitati civici allestiti da Luigi Gedda e pronti a schierarsi in piazza san Pietro con il basco verde. Nulla si sapeva di “Gladio” ma un settore dello Stato (fiacco nel giugno 1946) non sarebbe rimasto con le mani in mano in caso di disordini fomentati dall’estrema sinistra. A conti fatti, al Senato la DC di De Gasperi poté contare appena su 151 dei 344 patres. Era in minoranza. Per legiferare aveva bisogno inderogabile di “responsabili”. Perciò formò il governo di coalizione: non per superiore intuito politico o generosità verso i partiti “centristi” ma perché non poteva fare diversamente. Lo ricorda Aldo G. Ricci in IL compromesso costituente (Ed. Bastogi),distillato dai tre volumoni di Verbali del Consiglio dei ministri (1948-1953).
Dalle urne il Paese uscì profondamente diviso. Il Fronte democratico popolare (Partito comunista, partito socialista e sinistra democratica, comprendente ex militanti del Partito d’azione e anche ex repubblicani, come il generale Arnaldo Azi, e vaganti come Enrico Molè) fu identificato con i rossi che a metà febbraio imposero il regime comunista a Praga e “suicidarono” Jan Masaryk e la dirigenza democratica (di fatto, non di etichetta). Sull’Europa spiravano i venti gelidi della guerra fredda. Da una parte gli USA di Harry Truman, grado 32° del Rito scozzese antico e accettato, e la Gran Bretagna (senza il fratello Winston Churchill al potere, ma comunque “occidentale”) e dall’altra l’ex seminarista georgiano Stalin, che faceva coincidere con i carri armati il sistema sociale russo-sovietico, previa eliminazione fisica degli oppositori.
Un monocolore democristiano non sarebbe andato lontano. Due anni prima, all’elezione dell’Assemblea costituente, la DC si era fermata al 35 %. Il 18 aprile del 1948 calamitò il grosso dei voti che il 2-3 giugno 1946 erano andati alla monarchia e ai partiti di suo riferimento, nonché quelli delle province escluse dal voto e che ora poterono dire la loro. Votarono anche i prigionieri di guerra (in Russia ne rimanevano ancora molti, compresi tre generali, fra i quali Battisti) e quasi due milioni di cittadini cui nel 1946 tagliati fuori al referendum per motivi politici o perché non raggiunti dagli uffici elettorali. Quel 18 aprile 1848 essi fecero massa critica, non certo a favore dell’URSS e dei frontisti, che attendevano l’arrivo dell’Armata Rossa (tante volte sfortunato, Pietro Nenni ebbe persino il Premio Stalin, solitamente conferito ai complici del dittatore).
De Gasperi capì al volo quello che era ed è sotto gli occhi di tutti: in Italia i voti sono volatili. Ieri, come oggi e domani. Si spostano come stormi di storni. Imbrattano e poi si spostano. Inoltre ebbe chiaro che alla massa dei suffragi non corrispondeva una dirigenza “democristiana” culturalmente e tecnicamente preparata a governare la Ricostruzione, che richiedeva competenza, dedizione, senso dello Stato. Le personalità qualificate abbondavano invece nei partiti viciniori. Ve ne erano a iosa tra i “senatori di diritto”: lo scaltro Salvatore Aldisio, il generale Roberto Bencivenga, Ivanoe Bonomi, Arturo Labriola, Vittorio Emanuele Orlando, Meuccio Ruini e Ferruccio Parri, che nel 1947 aveva dato vita alla Federazione italiana associazioni partigiane (Fiap), alternativa alla socialcomunista Associazione Nazionale Partigiani Italiani (Anpi) ed era stato eletto deputato alla Costituente con l’“occidentale”Ugo La Malfa.
Mentre in Italia ferveva la campagna elettorale, tra gli USA e Londra venne varato il Piano Marshall per la Ricostruzione economica europea (ERP), celebrata in francobolli che i ragazzini dell’epoca collezionavano come viatico verso un’Italia migliore. Questa aveva i piedi bene affondati del passato. In sintesi. I comunisti volevano da sempre un Parlamento unicamerale, come in tutti i regimi rossi e neri. Perciò nel 1944-45 cercarono di cancellare il Senato del Regno, che però abbondava di galantuomini e sopravvisse. Esso fu sciolto solo nel novembre 1947, un anno e mezzo dopo l’avvento della repubblica. Del resto tanti senatori erano stati o erano ai vertici dello Stato, dal maresciallo Pietro Badoglio a Enrico De Nicola.
La storia non consente improvvisazioni. Perciò, messi i voti in fienile, De Gasperi formò il primo governo della Prima Legislatura repubblicana incardinato su Carlo Sforza agli Esteri, Ezio Vanoni alle Finanze, Antonio Segni all’Agricoltura, il socialdemocratico Giuseppe Saragat alla Marina mercantile e il repubblicano Randolfo Pacciardi alla Difesa. Con ben due iniziazioni massoniche alle spalle fu lui a traghettare l’Italia nell’Alleanza Atlantica.
Non vi erano alternative. Quanto avvenne nell’aprile 1948 deve far aprire gli occhi su ciò che attende. Un Paese economicamente debole deve darsi ordine e disciplina. Deve formulare un progetto che non sia solo obolo per esistenza in vita o per girovaghi di passo dall’uno all’altro continente. Il vero artefice della Ricostruzione non fu De Gasperi, suo percettore politico, ma Luigi Einaudi, monarchico, liberale, piemontese di cultura universale. Non è per caso se le Salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena riposano nel Santuario-Basilica di Vicoforte, due passi da Carrù e Dogliani, le terre della Civiltà del Piemonte, cardine del governo, con sottosegretari di valore, quali Giulio Andreotti, Giuseppe Brusasca, Achille Marazza, Emilio Colombo, Giorgio La Pira e Bernardo Mattarella, padre dell’attuale presidente della Repubblica.
Lo Stato è continuità. A garantirla non fu solo De Gasperi, ma i senatori di diritto e alcuni fratelli d’Italia che facevano la spola tra Roma e oltre Atlantico, come Frank Bellini e Charles Fama, la cui storia è ancora tutta da narrare. Quello del 18 aprile 1948, conclusivamente, fu un voto “per”, non contro, lo Stato, un sì alla pacificazione, non al prolungamento della guerra civile. Fu un voto per il ritorno dell’Italia all’avanguardia d’Europa. Ma sino al 1955 l’ONU la tenne sulla soglia del Palazzo di Vetro. Anche quella lunga quarantena va capita e raccontata, mentre il Paese declina e rischia di fermarsi nel drappello di coda della storia ventura.
Aldo A Mola


Quattromila anni a Vanvera
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