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La tragedia di Modena, con otto persone travolte in pieno centro da un’auto lanciata a velocità folle e una donna mutilata per sempre, avrebbe meritato innanzitutto silenzio, rispetto e riflessione. Invece, come ormai accade sistematicamente nel dibattito pubblico italiano, il dolore si è trasformato immediatamente in terreno di scontro politico e ideologico. Da una parte la destra che insiste sulle origini magrebine dell’attentatore e sul tema sicurezza-immigrazione; dall’altra una parte della sinistra che reagisce quasi automaticamente accusando gli avversari di razzismo, minimizzando ogni legame possibile tra immigrazione incontrollata, disagio sociale e sicurezza urbana. In mezzo restano le vittime, la paura dei cittadini e una società sempre più fragile. Il lungo post su Facebook pubblicato da Enrico Rossi, già presidente della Regione Toscana e oggi collaboratore di Pensalibero.it, contiene certamente passaggi condivisibili sulla necessità di rafforzare i servizi di salute mentale e sulla pericolosa tendenza a trasformare ogni fatto di sangue in propaganda identitaria. Ma proprio perché Rossi è persona intelligente e di lunga esperienza istituzionale, stupisce che nella sua analisi manchi completamente una riflessione autocritica sulle responsabilità politiche accumulate negli anni dai governi di centrosinistra in materia di immigrazione, integrazione e controllo del territorio.
Per troppo tempo una parte consistente della sinistra italiana ha affrontato il tema migratorio con un approccio ideologico e spesso moralistico, quasi considerare il problema significasse automaticamente alimentare xenofobia o razzismo. Si è parlato per anni di “risorse”, si sono indeboliti i controlli, si è sottovalutato il peso sociale e culturale di una immigrazione spesso gestita senza una vera strategia di integrazione e sicurezza. Laura Boldrini, simbolicamente, ha rappresentato questa impostazione politica e culturale, difendendo quasi sempre una visione dell’accoglienza sganciata dalla percezione reale delle periferie e delle tensioni sociali vissute da tanti cittadini. Dire oggi che il problema di Modena riguarda soltanto la salute mentale rischia allora di diventare una semplificazione opposta e speculare a quella della destra. Certo, nel caso specifico emergono disturbi psichiatrici gravi e non risultano elementi concreti di radicalizzazione islamista. Ma la sicurezza pubblica non si riduce mai a una sola dimensione. Esistono problemi di salute mentale, esistono fragilità sociali, ma esiste anche il tema di come uno Stato controlla, integra e governa i propri flussi migratori senza lasciare intere comunità in zone grigie culturali e sociali. Negarlo significa continuare a leggere la realtà attraverso categorie ideologiche che gli italiani percepiscono sempre meno credibili.
Questo non significa accettare la narrazione tossica di certa propaganda sovranista che trasforma automaticamente ogni straniero in un potenziale criminale. Sarebbe altrettanto sbagliato e pericoloso. Il fatto che tra coloro che hanno fermato l’attentatore vi fossero anche ragazzi di origine egiziana dimostra che il senso civico e il coraggio non hanno passaporto. Ma proprio questo dovrebbe spingere a una riflessione più seria e meno ideologica. L’integrazione vera non si misura con gli slogan, né con le dichiarazioni di principio. Si misura nella capacità di costruire comunità coese, regole condivise, controlli efficaci, servizi sociali funzionanti e sicurezza urbana. E purtroppo l’Italia, su tutti questi fronti, arriva da anni di ritardi e improvvisazioni bipartisan. La destra oggi cavalca il tema sicurezza perché sa che una parte del Paese vive paura e disorientamento. La sinistra continua invece troppo spesso a reagire sulla difensiva, quasi avesse paura persino di nominare il problema. Ma la realtà non si cancella con le formule linguistiche. Gli italiani chiedono sicurezza senza razzismo e accoglienza senza caos. È un equilibrio difficile, ma è lì che la politica dovrebbe misurarsi seriamente.
La tragedia di Modena racconta allora molto più di un gesto folle. Racconta un Paese che fatica a distinguere tra analisi e propaganda, tra responsabilità individuali e problemi collettivi. Racconta una società che ha smantellato progressivamente la psichiatria territoriale senza costruire alternative adeguate, ma anche uno Stato che per anni ha preferito affrontare l’immigrazione più sul piano morale che su quello amministrativo e strategico. E racconta soprattutto una politica che continua a usare le tragedie per confermare le proprie convinzioni anziché per metterle in discussione. La verità è che nessuna parte politica può dirsi innocente. Non lo è la destra quando riduce tutto a invasione e repressione. Non lo è la sinistra quando rimuove le proprie responsabilità storiche nella gestione dei flussi migratori e delle periferie sociali. Di fronte alle immagini di ieri a Modena servirebbero meno slogan e più onestà intellettuale. Perché i cittadini, molto più della politica, hanno ormai imparato a riconoscere le semplificazioni quando le sentono pronunciare.
Cesare Mannucci




Vero, le responsabilità vanno equamente distribuite e fra tutti i politicanti italiani.
Se la destra straparla di più sicurezza e di lotta all’immigrazione, ma non ha fatto nulla in entrambi i fronti, anzi, mai come oggi l’insicurezza è palpabile nelle strade; la pseudo sinistra difende l’immigrazionismo, che con le battaglie di una autentica sinistra non dovrebbe avere niente a che fare, perché gli immigrati sono da quel dì utili ai padroni per sfruttarli nel mercato e far fare loro quei lavori che “gli italiani non vogliono fare più”. Spesso perché sottopagati!
in tutto ciò si staglia un problema di fondo, ovvero il fatto che il disagio psichico, se uno lo ha, o se lo tiene o, se è ricco, può permettersi uno psichiatra o uno psicologo privato. La sanità pubblica in tale ambito è assente.
In tutto ciò l’UE ha la sua dose, ad ogni modo, di amplia responsabilità.
Non si salva dunque nessuno.
I diritti umani delle vittime, in questo Paese, sono ancora una volta violati.