
Il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, è tornato a Islamabad in quella che appare come la missione diplomatica più delicata dall’inizio delle ostilità con gli Stati Uniti lo scorso 28 febbraio. Il ritorno del capo della diplomazia di Teheran in Pakistan, dopo un rapido scalo tecnico in Oman, segna un momento di estrema tensione: l’Iran ha ufficialmente consegnato la propria risposta formale alle condizioni poste da Washington per un cessate il fuoco, ma il sentiero verso la pace sembra farsi ogni ora più stretto.
Nonostante la navetta diplomatica, l’atmosfera resta gelida. Il Presidente Donald Trump ha già bollato come “insufficienti” le prime aperture iraniane, arrivando a cancellare il viaggio dei suoi emissari, Steve Witkoff e Jared Kushner, che avrebbero dovuto raggiungere Islamabad per un confronto indiretto. Al momento, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, ha confermato che non vi è alcun piano per un incontro faccia a faccia tra funzionari iraniani e americani: il Pakistan continua a svolgere l’ingrato compito di “postino” e mediatore tra due parti che non si riconoscono.
Al centro del tavolo negoziale restano i due nodi che hanno innescato l’escalation. Da un lato, gli Stati Uniti mantengono il ferreo blocco navale nello Stretto di Hormuz, una morsa che sta asfissiando l’economia di Teheran. Dall’altro, l’Iran ha tracciato una linea rossa invalicabile: il programma nucleare non farà parte dei colloqui per la tregua. Araghchi ha ribadito che l’obiettivo prioritario è lo sblocco dei fondi iraniani e la fine delle sanzioni, condizioni sine qua non per fermare le operazioni militari.
Dopo aver consultato il Premier pakistano Shehbaz Sharif e il potente Capo di Stato Maggiore Asim Munir, Araghchi è volato alla volta di Mosca. La mossa serve a consolidare il sostegno del Cremlino in vista di un possibile inasprimento del conflitto se la mediazione pakistana dovesse fallire. Trump, dal canto suo, ostenta sicurezza: “Hanno le mie coordinate, possono chiamarmi quando vogliono”, ha dichiarato, convinto che la pressione militare costringerà l’Iran a una resa diplomatica. Le prossime 48 ore decideranno se Islamabad sarà ricordata come il luogo della pace o l’ultimo sipario prima di una guerra totale.
Nonostante la retorica del Presidente Trump che vede il regime iraniano vicino al collasso a causa della pressione militare e del blocco navale, Teheran continui a porre condizioni rigide, rifiutando di includere la questione nucleare nei colloqui per la tregua.
È l’impossibilità, al momento, di passare a colloqui diretti. Rileva che la missione di Araghchi a Islamabad serve più a coordinare la risposta con i mediatori pakistani che a incontrare la delegazione USA, mantenendo il dialogo su un binario indiretto e fragilissimo.
Come l’esito dei colloqui sia strettamente legato alla scadenza degli ultimatum americani. Se la risposta consegnata da Araghchi non verrà ritenuta “concreta” da Washington, il rischio di una ripresa immediata dei bombardamenti sulle infrastrutture strategiche iraniane rimane l’opzione primaria della Casa Bianca.
Il fatto che Araghchi prosegua la sua missione verso la Russia suggerisce, che l’Iran stia cercando garanzie esterne e supporto d’intelligence per bilanciare la pressione americana, rendendo Islamabad solo una tappa tattica di una strategia difensiva più ampia.
Il ritorno di Araghchi non è ancora il segnale di una svolta risolutiva, ma un tentativo di prendere tempo mentre la pressione economica e militare statunitense raggiunge il suo picco.
Giuseppe Basilico

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