Napoli è una di quelle città dove i ricchi mangiano ostentatamente sulla pelle dei poveri.
E per poveri non ci si riferisce solo ai disperati senza lavoro, per i quali lottare per un impiego equivale a rubare il diritto a una vita della quale non sono degni. Chissà per quale motivo!…
Nella vasta categoria dei miserabili ci sono anche quelli che sin dalla nascita sono stati esclusi dal sistema educativo-culturale, socio-economico di una società intesa come bene collettivo. Sono i figli nati nei cosidetti “bassi”di Napoli, cresciuti in famiglie semianalfabete, dedite al lavoro nero, al contrabbando o nel peggiore dei casi affiliati alla criminalità organizzata. Bambini, ragazzi, uomini, che hanno passato la loro infanzia ammassati in una stanza di otto persone, a contatto con la promiscuità dentro e fuori casa, la droga, la prostituzione. In questi luoghi le agenzie educative come la scuola possono poco, il tasso di dispersione scolastica è altissimo, l’analfabetismo è una realtà molto più estesa e importante di quanto se ne parli.
Quali sono i modelli, le prospettive di un giovane che quotidianamente vive queste realtà alle porte della città “bene”?, Di quella zona radical chic (intellettuali da esibizione) dove la “utilitaristica” Napoli dei quartieri bene, sguazza perversamente nella melma dell’ipocrisia, del falso moralismo e dell’indifferenza cronica!
A volte è davvero svenevole elencare i comportamenti, le mentalità, le battute, gli stili di vita di questi radical chic. Molti, quelli che ostentano una cultura dalla sensibilità sprezzante e discriminatoria, magari figlia di quelle vecchie concezioni sulla superiorità delle razze, delle classi sociali, soffermandosi a interpretare la condizione dei “deboli” della società, la attribuiscono a una carente forza di reazione che chissà poi da cosa sarebbe originata! Forse da una da una tara genetica, una malattia morale, quindi sicuramente contagiosa ..
Ma perché queste parole e questi comportamenti poveri di umanità?
Sarà questa corsa al consumismo che non permette a chi potrebbe permetterselo di fermarsi a interrogarsi sugli altri che stanno peggio,o forse è un modo per esorcizzare il male che bussa alle porte delle coscienze sorde, minimizzando, sottovalutando, facendo finta di non sentire, non vedere. Potrebbe trattarsi di un meccanismo di difesa dalla colpa di sapere e nonostante tutto tacere per non rischiare di mettere in discussione le basi fragili su cui si vive quotidianamente: assediati dalle paure vere o presunte, dall’incertezza del futuro e dall’assolutizzazione di un eterno presente. La vera malattia contagiosa è l’individualismo cieco, che a Napoli per la sua particolare conformazione urbanistica, storica, sociale, assume un aspetto più visibile, quasi grottesco. E inoltre c’è da dire che in questa città spesso i riflettori vengono puntati su quelle realtà che in altri luoghi con gli stessi problemi, sono nascosti.
Non è un mistero che le bellezze, i tesori di Napoli sono abbandonati nell’ombra, così come il lavoro forte e responsabile di molte persone che si muovono senza troppi clamori, e vanno avanti sostenuti dalla fiducia in un futuro migliore.
E’ il caso delle numerose associazioni sensibili alle realtà deboli della città. Esse operano sul territorio, nelle zone dove il malessere è più forte perciò il loro lavoro richiede tempo, pazienza, e capacità di immedesimazione nei problemi degli altri. “Infatti il primo ostacolo da superare è quello di crearsi uno spazio nella mente e nel cuore dei soggetti in difficoltà. Compito niente affatto facile”, dice il presidente dell’associazione “Prato verde” sita in via Nardones, Fernando De Vito: “Dopo vent’anni d’impegno, ci siamo conquistati con pazienza, con la presenza costante sul territorio, la fiducia della gente; oggi si può dire di aver creato un punto di riferimento importante per i bambini, le famiglie, gli immigrati, per tutti gli strati deboli della società, che in quest’associazione trovano momenti di incontro, ascolto, condivisione e vera umanità, e aiuti concreti per un inserimento dignitosa nella società. Anche se le difficoltà sono spesso superiori al nostro impegno. Se riuscissimo ad attirare l’attenzione delle istituzioni, il nostro lavoro e i benefici che potrebbe avere sulla comunità, sarebbero davvero molto soddisfacenti”.
Paulette Ievoli

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