La vicenda Mirafiori ha giustamente tenuto banco nell’ultimo mese e soprattutto negli ultimi giorni. Sono tra coloro che ha potuto finalmente respirare, nel senso che l’attenzione ha potuto rivolgersi ad una questione forte, importante, reale e simbolica al contempo – come poche lo sono. E non è certamente finita qui. In Italia si è aperto un processo il cui oggetto è l’ammodernamento delle relazioni industriali e dell’armamentario della contrattazione collettiva; si è inaugurato forse a Pomigliano, nel giugno scorso – ed è ancora agli inizi. Non voglio affermare che sia un trend produttivo di effetti tutti positivi. Non sono un fan, un tifoso di questo o quello. In questi giorni ho anche riflettuto sulla posizione della Fiom, che non ho condiviso e che nondimeno rispetto. Perché non si può non avere rispetto per chi sceglie di restarsene ‘fuori’ pur di non venir meno alle proprie istanze e, in definitiva, alla propria identità. Ho sempre sostenuto che il conflitto non solo non è un male ma addirittura è un bene di per se, perché in esso ciascun protagonista ha modo di mostrarsi per ciò che è, senza ipocrisie, senza infingimenti. La Fiom fa un po’ anche politica, va riconosciuto. Ma credo alla sua buona fede. Credo nella sua convinzione, anche se non è la mia. Uno scontro tra ‘duri’ ha prodotto scelte, atti e affermazioni nette, inequivocabili. Nessuna confusione.
E’ un po’ il contrario di quello che vediamo correntemente svolgersi nella politica. Nella politica italiana, naturalmente. La quale, guarda caso, sulla vertenza Fiat non ha elaborato o formulato alcunché di originale. Qualcuno ha fatto il tifo, schierandosi; qualcun altro ha balbettato, per non schierarsi. Nel suo essere sostanzialmente rimasta esterna alla trattativa, essendo soprattutto povera di idee e mai lungimirante è rimasta anche estranea.
Ecco, non posso dolermi se – a differenza di qualche anno fa – non ho assistito all’apertura di un ennesimo ‘tavolo’ da parte del Governo di turno. Ciò non significa però che la politica (intesa come partiti, come maggioranza e opposizioni parlamentari) non possa e non debba ‘dire la sua’ e rinunciare così ad una sua visione delle cose e delle loro dinamiche. In questo dovremmo ritrovare la sua importanza nella società e per gli individui, il suo stesso fascino. Ed è proprio dove morde la sostanza della vita che essa ha mostrato la propria drammatica debolezza, il vuoto pneumatico nel quale si è da tempo arroccata. Una volta tanto assumo ad emblema, a esempio luminoso, la frase del Segretario Pd all’indomani del risultato del referendum: bisogna rispettare il voto, ma anche il disagio degli operai (!). Che diavolo vuol dire questo? L’onesto silenzio sarebbe appena (ma proprio appena) più imbarazzante.
Paolo Marini

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