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Mio padre e i patrioti italiani

L’articolo di Valdo Spini su La Repubblica di martedì 11 aprile sul frate Pietro Del Giudice e i Patrioti Apuani, che esce dopo le polemiche politiche e i commenti giornalistici di queste ultime settimane (italiani, patrioti, partigiani, resistenza, 25 aprile…), mi obbliga ad alcune necessarie precisazioni forte del fatto che mio padre ha partecipato alla liberazione di Massa proprio con i patrioti apuani.

di Pierluigi Costa | 24 Aprile 2023

L’articolo di Valdo Spini su La Repubblica di martedì 11 aprile sul frate Pietro Del Giudice e i Patrioti Apuani, che esce dopo le polemiche politiche e i commenti giornalistici di queste ultime settimane (italiani, patrioti, partigiani, resistenza, 25 aprile…), mi obbliga ad alcune necessarie precisazioni forte del fatto che mio padre ha partecipato alla liberazione di Massa proprio con i patrioti apuani.

Conservo gelosamente un attestato, ormai sgualcito e spezzato in sei parti lungo quelle piegature che consentirono al babbo di portarlo ripiegato in tasca chissà quanto ancor più gelosamente.

Lo conservo insieme ad altri documenti, alcuni in inglese, necessari al ritorno di mio padre verso Firenze, dove studiava e lavorava, e poi verso il suo paese in Calabria. Documenti che riportano sempre la dizione patriota o patriot: The above Soldier (Patriot Discarged) has order to report to
Pescia Patriot Centre …..

Eppure oggi, è notizia di qualche settimana fa, a Bologna si modificheranno le targhe di alcune strade per sostituire la parola partigiano a quella di patriota perché questa non esalterebbe sufficientemente i valori della resistenza e, sotto sotto ma non tanto, è parola troppo utilizzata dalla destra.

Invece in quel tragico aprile vigeva il Decreto Luogotenenziale n. 158 del 5 aprile 1945 (Assistenza ai patrioti dell’Italia liberata) del governo Bonomi, nel quale il termine utilizzato è appunto quello di patrioti. Decreto abrogato qualche mese dopo dal Decreto Luogotenenziale n. 518 del 21 agosto 1945 (Disposizioni concernenti il riconoscimento delle qualifiche dei partigiani e l’esame delle proposte di ricompensa) del governo Parri (ministro di Grazia e Giustizia Togliatti), che attribuiva, con criteri legati ai mesi di partecipazione alla resistenza, al numero di azioni militari, alle ferite ecc., gradi diversi di impegno nella lotta di resistenza per partigiani (combattenti) e patrioti; il Mulino scrive, il 20 marzo scorso, “prefigurando già allora la valorizzazione di forme di partecipazione alla Resistenza non limitate al solo terreno militare”.
Ma è proprio così? Il Mulino dimentica completamente il precedente Decreto n. 158.
La curiosa combinazione dell’inversione nei numeri 1 e 5 del Decreto n. 518 del governo Parri rispetto al precedente a me sembra proprio il segno dell’inversione di tendenza e dell’inizio del tentativo di mettere in secondo piano – e forse di far dimenticare – la partecipazione alla resistenza di tanti liberali (la parola patriota non è forse termine tipicamente risorgimantale?), cattolici, militari, monarchici.

Nel testo del Decreto n. 518 si volle evidenziare persino (ma senza differenziazione di emolumenti) la diversità tra “..formazione armata partigiana o gappista..” , quasi che vi fosse un terzo livello d’impegno resistenziale garantito dalle formazioni dei Gruppi di Azione Patriottica. Anche il P.C.I. di allora evidentemente volle utilizzare un termine maggiormente omnicomprensivo (oggi diremmo meno divisivo); ci volle Gian Giacomo Feltrinelli per cambiare, nel 1970, il termine “patriottica” con “partigiana” nella denominazione GAP data alla sua banda terroristica, con la quale voleva evidentemente richiamare quella che molto probabilmente era l’ispirazione autentica alla rivoluzione comunista – e quindi alla dittatura del proletariato – dei Gruppi d’Azione Patriottica che il P.C.I. volle, non a caso, formati solo ed esclusivamente dai propri quadri.

Ma tornando agli altri patrioti come faccio a non citare il libro di Marisa Brambilla e Gianni Fantoni, Resistenza Liberale a Firenze (prefazione di Zeffiro Ciuffoletti) che nel 1995 hanno documentato la partecipazione attiva di tanti antifascisti liberali alla lotta di liberazione in genere e alla battaglia di Firenze in particolare. Quanti nomi in quelle pagine che non posso riportare qui; ma con Eugenio Artom, Vittorio Fossombroni, Aldobrando Medici Tornaquinci, mi limito a citarne alcuni: Franco

Bracci, diciannovenne, ucciso nella battaglia di Firenze mentre tentava di stanare un cecchino tedesco, Enrico d’Afflitto perchè l’estrema gentilezza con la quale si porgeva a chiunque l’abbia conosciuto non faceva trapelare, modestamente, la scorza del giovane coraggioso partigiano; Renato Fantoni anche perchè nel 2016 è stato riconosciuto alla memoria Giusto tra le Nazioni dello Yad Vashem; Guglielmo di San Giorgio, arrestato, interrogato, torturato, viene trasferito al campo di concentramento di Fossoli, presso Carpi, fugge dal treno che lo porta verso Mathausen ferendosi gravemente tanto che le conseguenze lo porteranno alla morte; Marino Mari, già medaglia d’oro della Grande Guerra, arrestato, portato a Villa Triste, interrogato inutilmente da Carità, poi tradotto alle Murate, poi a Fossoli e da lì a Mathausen dal quale non fece mai ritorno; di lui Brambilla e Fantoni riportano in epigrafe una frase: “Se tutti se ne andassero, chi resterebbe a lavorare e a combattere per la libertà?”.


Certo dovremmo citare anche altri patrioti liberali o di altra fede politica.
Come non ricordare ad esempio il colonnello Lanza di Montezemolo, monarchico, figura di primissimo piano nella resistenza romana, arrestato (forse per la delazione di compagni di altra fede politica o addirittura monarchici come lui), torturato inutilmente per giorni, finisce fucilato nella rappresaglia delle Fosse Ardeatine dopo l’attentato dei gappisti di Via Rasella, proprio lui che invece non voleva che venissero eseguiti attentati nelle grandi città contro i tedeschi per evitare rappresaglie.
O come non ricordare Aldo Gastaldi, il mitico comandante cattolico “Bisagno” della Divisione Garibaldi Cichero che operò in Liguria, morto nemmeno un mese dopo la liberazione per una caduta accidentale (?) dalla cabina del camion sul quale stava viaggiando e sulle cui circostanze
più volte sono stati sollevati dubbi.
E ancora come non ricordare Alfredo Pizzoni, che come scrisse De Felice “per la vulgata non è mai esistito e forse non esisterà mai” e che invece, designato, fino dal settembre 1943, presidente del CNL Alta Italia, forse per il fatto di non essere rappresentante di alcun partito, praticamente per lo stesso motivo, cioè di non rappresentare sufficientemente la linea politica socialcomunista, il 19 aprile del ’45, a pochi giorni dall’insurrezione generale, viene estromesso, mentre si trova a Roma, malgrado (o proprio per quello) il suo ottimo rapporto con gli alleati dai quali tramite i suoi rischiosi viaggi nell’Italia già liberata aveva ottenuto cospicui finanziamenti e armamenti.


Ma torniamo a mio padre e ai Patrioti Apuani.


Nessuna scelta eroica, intendiamoci, da parte di mio padre; semplicemente per attraversare la Linea Gotica viene indirizzato ai Patrioti Apuani che svolgevano, con la loro IV Compagnia, la funzione di guida attraverso un percorso (che poi sarà chiamato il sentiero della libertà) che partendo da Antona saliva fino al Passo del Pitone, per poi ridiscendere, già oltre il fronte, verso Azzano e Seravezza. Percorso scosceso e certamente arduo, soprattutto di notte, per i pericoli naturali e per le non infrequenti imboscate. Ed infatti proprio la notte che doveva consentire a mio padre il passaggio del fronte, il gruppo, guidato e seguito da un uomo della IV Compagnia, improvvisamente viene accolto da colpi di fucile. Mio padre scivola sotto ad un balzo, si ferisce lievemente ad un ginocchio, rimane nascosto per il resto della notte fermo ed in silenzio con un compagno. All’alba una squadra dei Patrioti Apuani recupera i dispersi e mio padre prende la
decisione, quasi obbligata, di restare con loro.


Quelle poche settimane tra i partigiani apolitici (così li chiamava il babbo) sono rimaste impresse nel cuore e nella mente di mio padre. Da bambini tra la fine degli anni ’50 ed i primi anni ’60 quando trascorrevamo il mese di luglio al mare a Tonfano, il babbo, che veniva da Firenze nei fine settimana, non mancava mai almeno una volta durante quel mese di portarci sulle Apuane; non solo a vedere le cave di marmo di Michelangelo, ma anche a Pasquilio (dove oggi un cippo ricorda

i caduti sulla Linea Gotica), ad Antona dove ricordo andammo a trovare un secerdote del quale
non ho mai ritrovato il nome, oppure sotto il monte Altissimo.
Invece, forse al Forte o a Pietrasanta, incontrammo il dott. Vinci comandante di quella IV
compagnia.


Il Dott. Vinci, lo citava spesso il babbo, ed io credevo si trattasse di un cognome.
Una quindicina di anni fa, facendo ricerche su internet, vengo a sapere di un libro pubblicato dall’A.N.P.I. di Massa nel 2006, Guerra sulle Apuane – La IV Compagnia dei Patrioti Apuani ; Vinci Nicodemi e Giuseppe Lenzetti gli autori e tratto sostanzialmente dal diario di guerra del dott. Vinci


Nicodemi. Riesco a procurarmene una copia direttamente a casa della famiglia Lenzetti.
Nel libro, che nasce anche per smentire, tramite la documentazione allegata, qualche falsa accusa, costruita da chissà chi, di appropriazione delle offerte che venivano lasciate dai passanti il fronte, emerge tragico ma composto il racconto di una vera e propria guerra di montagna, di uomini coraggiosi di varia ideologia, di feriti e di morti, l’ultimo dei quali Naldo Pegollo, azionista, comandante della III Compagnia dei Patrioti, colpito il 10 aprile, giorno della liberazione di Massa, vicino a Palazzo Ducale da una scheggia di un proiettile di artiglieria sparato dai tedeschi in ritirata.


Ma in questo momento mi preme sottolineare soprattutto due elementi assai rilevanti.
ll rifiuto di Del Giudice ad accettare per i suoi Gruppi un commissario politico e la sua esortazione spesso ripetura ai comandanti di compagnia: “Non colpite il nemico all’interno dei nostri borghi perchè certi avvenimenti potrebbero suscitare la sua reazione non contro i partigiani, ma contro la popolazione civile inerme che già tanti sacrifici sta sopportando” .
Scelte che non mancarono di suscitare qualche ostilità da parte degli altri gruppi partigiani.
Queste poche note scomposte valgano per tentare di spiegare una certa insofferenza verso la monopolizzazione del 25 aprile da parte della sinistra che pretende di dare patenti di antifascismo anche a chi si guadagnò sul campo la libertà dell’Italia e nei decenni successivi difese nelle urne e in Parlamento quella libertà contro altre forme di dittatura.

Pierluigi Costa

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, autori, battaglia, bologna, calabria, comandante, diversità, eugenio artom, fine settimana, firenze, garibaldi, gianni fantoni, giorno della liberazione, governo, grande guerra, italia, la repubblica, Liberali, mare, marisa brambilla, massa, medici, notizia, palazzo ducale, parlamento

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