
di Emiliano Guanella
Se si trattasse di una partita di poker, si potrebbe dire che Javier Milei ha tentato l’”All in” a serata appena iniziata. Il maxi-decreto “di necessità e urgenza” (DNU) 70/23 è il più audace che si ricordi nei libri di storia: in un colpo solo punta ad annullare o modificare più di 300 leggi e regolamento tuttora vigenti, per rivedere gran parte dell’ordine giuridico dell’Argentina. Una mossa politica molto azzardata, che si è scontrata subito con la veemente opposizione di parte della popolazione, scesa in piazza a Buenos Aires e in numerose altre città.
Diversi i fronti aperti nel tentativo di modernizzare certi meccanismi economici ereditati dai governi che lo hanno preceduto, una strategia di alto impatto che agli occhi di buona parte della società porterebbe a cambiamenti troppo radicali, colpendo tra l’altro interessi forti e abitudini consolidate nel tempo. Uno degli assi centrali è la volontà di privatizzare la gran parte delle aziende di Stato, un altro è il tentativo di flessibilizzare al massimo le regole nel mondo del lavoro e del commercio interno ed esterno. Il leader ultraliberista, eletto col 56% dei voti, ha spiegato che è questa la strada maestra per mettere fine a “una lunga scia di cattive politiche e decisioni sbagliate, che hanno causato la peggior crisi economica, sociale e morale della storia argentina”.
Si stabilisce che tutte le aziende statali siano trasformate in società anonime, passo necessario per poterle ridimensionare o venderle: nella mira c’è l’azienda radiotelevisiva pubblica, la compagnia petrolifera nazionale YPF, la compagnia di bandiera Aerolineas Argentinas e molte altre. Si vuole poi con un’accetta eliminare diverse leggi promulgate dal kirchnerismo, come quella che regola gli affitti, le norme per il controllo dei prezzi nei supermercati, il limite agli aumenti delle assicurazioni sanitarie o delle quote dei collegi privati, il controllo della vendita di terre agli stranieri. Libero mercato all’ennesima potenza, per Milei lo Stato non deve interferire in nessun modo nella concorrenza tra privati, per i suoi oppositori si vuole generare un clima da far west dove a farla da padrone saranno i più forti. Il presidente ha fretta e non intende retrocedere nella sua rivoluzione liberale. “Non possiamo perdere nemmeno un minuto. Nell’ultimo secolo è stato ingigantito lo Stato fino a farlo diventare un mostro che ha provocato il disastro attuale, adesso è giunta l’ora di cambiare”.
Contro di lui, però, non c’è solo la piazza. In Argentina i decreti urgenti del Presidente (DNU) non sono validi se non ottengono l’approvazione del Parlamento e lì i numeri sono molto scarsi. Il governo può contare con appena 37 deputati su 257 e 7 senatori su 72, nella commissione bicamerale per gli affari costituzionali occupano solo 2 posti su 16. Il peronismo si oppone con forza, ma anche dalle forze di centrodestra moderate ci sono molte voci critiche. Dal PRO, partito di destra non totalmente ostile a Milei, hanno fatto capire che condividono alcune delle decisioni annunciate, ma che non sono d’accordo sul metodo: le riforme devono passare dal Potere legislativo. È probabile, quindi, che tutto questo serva per installare la discussione nel Congresso su alcuni dei temi più importanti, uno scossone per avviare alcune delle riforme più urgenti ed evitare quell’eccessivo gradualismo che costò molto caro all’ex presidente non peronista Mauricio Macri. Milei ha deciso di accelerare, il tempo dirà se la sua corsa avrà successo e se finirà contro il muro di quella casta politica che lui sostiene di poter sconfiggere.
Emiliano Guanella
*corrispondente da San Paolo per la Rsi -Tv Svizzera Italiana

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