Nell’omelia per la ricorrenza del patrono di Milano, monsignore Marco Delpini, il nuovo Vescovo, con un’inedita franchezza, ha richiamato la città al senso di responsabilità, che si declina innanzitutto, col rispetto delle istituzioni e la partecipazione condivisa: ‘fatevi avanti! e prendetevi qualche responsabilità’, siate promotori di un positivo rapporto di buon vicinato sia con il prossimo e sia con le istituzioni. Un appello di alto contenuto civico, per ricollegarsi a quell’Ambrogio da Treviri, autorevole uomo dell’istituzione, che ‘dentro la tensione, dentro lo scontro che esasperava la città, dentro i conflitti di fazioni contrapposte, dentro la rivendicazione di privilegi e di potere, dentro la contrapposizione tra gruppi che pure hanno analoga radice religiosa’ seppe fare sintesi e ricondurre tutti al senso di responsabilità civica.
La responsabilità civica che il Vescovo, intende ricordare a tutti i milanesi, elogiando il ruolo e la missione di tutte le istituzioni della città, punto di riferimento, nel pericoloso clima di disorientamento del Paese, con l’esortazione a non farsi assoggettare dalla tendenza diffusa di lamentarsi sempre di tutto e di tutti, da una strumentale seminagione amara di scontento per promuovere scetticismo, cinismo, risentimenti e disprezzo, che ‘abitua a giudizi sommari, a condanne perentorie e che getta discredito sulle istituzioni’. Un’entrata a gamba tesa, contro il moralismo strumentale e senza etica il cui fine, da anni, è il suscitare e diffondere il sospettoso pregiudizio, la cui enfatica conseguenza è il populismo giustizialista. Un pregiudizio che diventa peraltro troppo sospetto quando risparmia chi con sistematicità, e complicità favorisce o legittima, il sottrarsi dalla responsabilità e solidarietà civica per antonomasia che il pagare le tasse.
Da più parti del globo, si guarda a Milano con ammirazione e interesse per il suo poliedrico dinamismo ed anche per il buon governo che si riverbera dalla qualità dei servizi. Analoga attenzione non è suscitata nel Paese, e in qualche parte anche nella regione; sarà invidia o difesa precauzionale per il timore che l’antropologica diversità del suo fare possa sollecitarne la contagiosità. La diversità di Milano, per dirla con quel ‘cosmopolita’ di Philippe Daverio, è geneticamente in contrasto con quella condizione di ‘in fondo ai mille animi, ai diversi protagonismi locali, altrettanto differenziati’ la cui sintesi funge da denominatore comune del fare politica nelle istituzioni nazionali; una precondizione che ha sin qui reso inimmaginabile, il riconoscere al sindaco di Milano qualsivoglia leadership nazionale; al massimo può essergli riconosciuto un dicastero senza portafoglio. In una stagione complessa come l’attuale, è proprio il ‘successo’ di Milano che dovrebbe fungere da stella cometa per stimolare il Paese ad avere il coraggio di uscire dall’impasse, a cui lo condanna il perdurare di una declinazione provinciale della politica.
A tre ore di treno da Milano, il suo ex sindaco, Giuliano Pisapia, non proprio con spirito ambrosiano, ha dichiarato: ‘non reggo più un livello così alto di tensione’, ponendo fine al progetto che si era attagliato, di federare le sinistre, onde impedire il ritorno al governo delle destre; un progetto, cui con eccesso di ottimismo, era stata assegnata forse un’eccessiva enfasi mediatica. Un’enfasi, che sottovalutava sia i limiti intrinseci sia quelli genetici, che caratterizzavano l’alto rischio di fallimento del progetto stesso. La narrazione attorno al ‘pregresso’ politico milanese di Pisapia, è alquanto superficiale, non tiene in dovuto conto né il fattore coincidenze né l’assenza di una presunta strategia, ‘arancione’, mai messa in discussione, ma mai nata, per il disinteresse dell’interessato a esercitare la leadership per un progetto politica visionario, che ambisse a travalicare il mero ambito amministrativo della città. Nel 2011, i milanesi con lo stesso spirito dell’italiano medio che sceglie secondo canoni che privilegiano, la negazione di una negazione, ovvero, l’essere ghibellino solo per non essere guelfo. Nell’occasione, la guelfa era la sindaca Letizia Moratti e a farsi ghibellina, fu la ‘Matricula Nobilium’ milanese, che a ’rector civitatis’ sentì più suo, Pisapia, più per le maggiori garanzie di autonomia dalle pressioni di partiti e movimenti, che non per le sue visioni politiche. L’investitura a contendere alla Moratti, Palazzo Marino, Pisapia l’aveva ottenuto, sconfiggendo, il candidato doc PD, l’architetto Boeri, nelle primarie di coalizione, con un sostegno multiforme, ‘correnti PD’, qualche laico socialista, SEL, e la sinistra radicali che riteneva la ‘purezza’ della storia di Pisapia, non discutibile, almeno all’inizio. Alle elezioni municipali poi fece la sua comparsa, una vivace lista civica, tanto spontanea quanto determinante che servì per vincere, antesignana di quella che successivamente fu ancor più determinante per il successo di Beppe Sala. Ma Passata la festa elettorale, come da antica tradizione partitica, il civismo fu gabbato, e la cosa arancione ridivenne ‘rossa’, sia per esigenze amministrative e sia per il rifiuto di visione e di leadership costruirvi attorno un progetto caratterizzante la diversità di Milano.
Non si sa se a impedirlo fu il prevalere di una miopia il cui campo visivo si limitava all’unità interna alla sinistra marxista, o invece l’assenza di coraggio politico; di fatto, l’arancione si esaurì nella lettura dei numeri elettorali. Di fronte al diffuso disorientamento generale, un po’ con l’approccio da buon padre di famiglia, un po’ sospinto da una prospettiva mediatica, Pisapia si è attagliato il ruolo di grande rammendatore delle sinistre, intraprendendo quella impossibile avventura, di trovare il denominatore comune tra le sbandate anime post berligueriane. Di fronte alla sua rinuncia, non è impertinente domandarsi se sia stato più velleitario o ingenuo, e se per l’ennesima volta abbia pregiudizialmente privilegiato il ‘bene’ dell’unità a sinistra per sottovalutare il potenziale dei contributi, dei liberi movimenti civici presenti nel Paese. Proprio partendo da Milano, dal suo successo per la scarsa intromissione della politica nazionale, avrebbe potuto trovare idee e spunti per offrire riferimenti contro il disorientamento generale. Per affievolire le perenni volontà a dividersi, l’iniziativa di Pisapia, per non abortire, avrebbe dovuto proporre una piattaforma di riferimento all’impegno civico e sociale, presente nel Paese. La promozione di un’aggregazione, non dirigista, caratterizzata dalla volontà del saper e del voler fare, che agisca da totem aggregativo anche di quanti a sinistra e nella società politica, faticano a riconoscersi in stantie leadership e negli scontati eredi per lo più cooptati che l’immutabile mondo della sinistra produce. Il mite Pisapia, ha avuto l’occasione per esprimere l’immagine di una leadership disinteressata, facilitatrice, e in grado di iniettare nel sistema, quel rinnovamento di metodo che occorre per mettere finalmente in discussione l’antropologico ritardo, che favorisce tra le sue degenerazioni annovera anche quella della repubblica giudiziaria e del populismo penale. Dal vescovo di Milano, è arrivato un messaggio di coraggio e chiarezza, ma dal suo ex sindaco, no; non ha voluto scegliere tra il ‘il richiamo della foresta’ o l’essere il visionario paladino del coraggio del fare che storicamente Milano trasmette al Paese.
Mimmo Merlo (lavocemetropolitana.it)

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