
“Spesso sono trattati peggio degli animali.” Le parole di Papa Leone XIV non lasciano spazio a interpretazioni né a comodi fraintendimenti. Sono una denuncia netta, dura, che chiama in causa tutti. Basterebbe una visita improvvisa in uno dei tanti centri in cui i migranti non vengono accolti, ma di fatto trattenuti. E forse sarebbe persino più corretto dire “reclusi” se non fosse che la reclusione, almeno in teoria, comporta diritti e tutele. Qui invece quei diritti spesso scompaiono. Uomini, donne e bambini finiscono nelle mani di individui senza scrupoli, ridotti a merce, sfruttati in ogni modo possibile. Un sistema miserabile alimentato da chi ne trae profitto. Si potrebbero raccontare nel dettaglio le violenze, le umiliazioni, le sofferenze quotidiane. Ma a cosa servirebbe davvero? Quelle immagini esistono già, scorrono sui social in tempo reale, accessibili a tutti. Eppure continuiamo a non guardare. Non perché non possiamo, ma perché non vogliamo. Non è una novità. Già negli anni Settanta, durante la tragedia del Guerra del Biafra, le immagini dei bambini denutriti entravano nelle case attraverso la televisione. E anche allora la reazione era spesso la stessa: distogliere lo sguardo. “Mi viene lo stomaco chiuso”, si diceva, mentre si continuava a mangiare. Cambiano i mezzi, non l’atteggiamento. La domanda allora resta inevitabile: cosa possiamo fare davvero? Non basta una generica compassione. Serve almeno un cambio di sguardo, un approccio più umano e consapevole, libero dalle narrazioni distorte e disumanizzanti che troppo spesso circolano. Perché qui non si parla di stereotipi o paure costruite: si parla di persone, bambini, non dei mostri che certa propaganda vorrebbe dipingere. Le parole di Papa Leone XIV sono già di per sé complete. Essenziali. Non hanno bisogno di essere amplificate, ma semmai ascoltate fino in fondo. Tuttavia una riflessione si impone: i gesti del Pontefice raramente sono casuali. Il suo recente viaggio, che ha toccato realtà molto diverse tra loro, può essere letto anche come un tentativo di costruire ponti, raccogliere attenzione e, forse, risorse da destinare a chi vive nelle condizioni più difficili, soprattutto in un continente ancora segnato da profonde disuguaglianze e sfruttamento.
Alla fine la questione non è cosa aggiungere alle sue parole. Ma cosa siamo disposti a fare dopo averle ascoltate.
Angelo Santoro

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