
E’ sempre più evidente la relazione tra il tono della politica e lo stato di salute del consenso. Più il consenso si indebolisce, più il linguaggio si fa duro, divisivo, assoluto. Donald Trump, in queste settimane, ne offre una rappresentazione quasi didattica. I suoi interventi pubblici, da quelli in Georgia fino alle recenti uscite in Wisconsin, mostrano un presidente in piena campagna elettorale permanente, impegnato a trasformare le elezioni di midterm in un referendum su sé stesso. Non è una scelta casuale, ma una necessità politica. Perché i segnali che arrivano dai sondaggi e dalle consultazioni locali indicano una realtà meno favorevole di quella raccontata. Il consenso resta sotto la soglia del 40%, con livelli di disapprovazione che oscillano attorno al 57%, e soprattutto con una crescente erosione tra gli elettori indipendenti e tra quella parte di elettorato popolare che aveva contribuito alla sua vittoria.
Il dato più preoccupante, per la Casa Bianca, non è tanto la percentuale assoluta, quanto la tendenza. Le elezioni locali e le consultazioni in Stati chiave come Georgia e Wisconsin hanno mostrato crepe inattese. Vittorie repubblicane più strette del previsto, avanzate democratiche in contesti difficili, un elettorato meno compatto e più volatile. Sono segnali che, presi singolarmente, possono apparire marginali, ma che letti nel loro insieme disegnano un quadro diverso: quello di una maggioranza meno solida, più esposta, più incerta. Non a caso, anche nei sondaggi nazionali i democratici risultano in vantaggio, seppur di misura, mentre cresce la probabilità di un ribaltamento degli equilibri al Congresso. È questo il contesto nel quale vanno letti i discorsi di Trump. Non come semplici dichiarazioni politiche, ma come strumenti di mobilitazione.
E qui emerge il secondo elemento decisivo: l’economia. L’inflazione, il costo della vita, il prezzo dell’energia restano i veri fattori determinanti del consenso. Ed è proprio su questi temi che l’amministrazione appare più vulnerabile. I dati mostrano una disapprovazione netta sulla gestione dell’inflazione, con un divario che supera i venti punti percentuali. Le rilevazioni più recenti indicano che il giudizio sull’economia è in calo, con livelli di approvazione scesi intorno al 30-34%, mentre cresce la percezione di insicurezza economica tra gli elettori. In questo quadro, la strategia comunicativa di Trump appare coerente: spostare l’attenzione, alzare il livello dello scontro, trasformare ogni appuntamento elettorale in una battaglia identitaria. La politica estera, la guerra in Iran, la sicurezza diventano strumenti per ridefinire l’agenda e sottrarla al terreno più insidioso, quello del portafoglio degli americani.
Ma è proprio qui che si misura il limite di questa strategia. Perché le elezioni di midterm, per loro natura, non premiano la narrazione, ma la percezione concreta del benessere. E la percezione, oggi, appare più fragile di quanto la retorica presidenziale lasci intendere. Trump alza i toni perché deve mobilitare, perché deve compattare, perché deve evitare che il voto si trasformi in un giudizio sull’andamento economico. Ma la storia politica americana insegna che, nelle elezioni di metà mandato, è quasi sempre il presidente a pagare il prezzo dell’insoddisfazione diffusa. Il punto, allora, non è se Trump riuscirà a vincere o a limitare i danni. Il punto è comprendere che questa campagna elettorale permanente, fatta di toni alti e di contrapposizioni nette, non è il segno della forza. È il segno della necessità. E quando la politica si muove per necessità, significa che il consenso, sotto la superficie, ha già cominciato a incrinarsi.
Cesare Mannucci

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