
La solita, nauseante recita della burocrazia internazionale che scambia la realtà con le sue carte bollate e i suoi salotti ovattati. L’ONU, quel baraccone di burocrati ciechi e pavidamente neutrali, alza il dito pulito e chiede «accesso». Chiede di mandare i suoi investigatori in doppio petto a Gaza per frugare tra le macerie, per raccogliere prove, per pesare col bilancino del farmacista il sangue e le colpe.
Ma fatemi il favore. Ma quale accesso? Quali investigatori?
Mentre i signori delle Nazioni Unite stendono verbali a Ginevra o a New York, la storia – quella vera, sporca, feroce – si scrive altrove. Si scrive sul terreno calcagnato della Cisgiordania. Lì, dove non servono le commissioni d’inchiesta per capire chi sia il lupo e chi sia l’agnello, l’esercito israeliano ha appena fatto l’unica cosa che con i fanatici ha un senso: eliminare un comandante di Hamas. Spazzarlo via dal palcoscenico dei vivi. Non con una mozione di condanna, non con un “auspicio di pace”, ma con la chirurgica freddezza della guerra.
Mi viene da ridere – di un riso amaro, rabbioso – a vedere questa sfasatura monumentale. Da una parte l’ONU, che si sveglia tre anni dopo i bombardamenti per contare i corpi sotto i detriti, piagnucolando per il diritto internazionale; dall’altra la cruda realtà di un conflitto che non fa sconti e non aspetta i timbri di un funzionario.
Hamas non è un partito politico con cui negoziare davanti a un tavolo coperto di velluto verde. È un cancro che si nutre di fanatismo e di morte. E quando un suo comandante cade, non si assiste a un crimine da investigare, ma alla rimozione di un pezzo di quel cancro.
Eppure l’Occidente, affetto da quel suo inguaribile e masochista senso di colpa, preferisce mandare gli ispettori. Preferisce processare chi si difende anziché condannare, senza se e senza ma, chi ha iniziato il macello. L’ONU vuole “contribuire alla raccolta di prove”? Le prove sono scritte nel sangue del 7 ottobre, sono scritte nello statuto stesso di chi vuole cancellare Israele dalle carte geografiche. Tutto il resto è solo ipocrisia cortigiana, l’ennesimo capitolo di una tragica farsa globale a cui ci rifiutiamo di credere.
Giuseppe Basilico

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