
Dopo mesi di speculazioni, gli Stati Uniti hanno annunciato che ridurranno il loro arsenale militare destinato alla Nato in Europa. La decisione – riferisce il quotidiano Der Spiegel – è stata resa nota in una riunione a porte chiuse dal consigliere del Pentagono Alexander Velez-Green. Secondo quanto riferito da due diplomatici dell’Alleanza, gli Usa diminuiranno considerevolmente il numero di bombardieri strategici, aerei da combattimento, droni, sottomarini e navi da guerra, continuando al contempo a fare pressione sugli alleati europei affinché si impegnino maggiormente nella propria difesa. La riorganizzazione della presenza di sistemi d’arma americani nel Vecchio Continente riflette la volontà più volte esplicitata dal presidente Donald Trump di ridimensionare il ruolo di un’alleanza che ha ripetutamente criticato definendola inutile per Washington. Una mossa dettata non solo dall’esigenza di risparmiare, dopo il picco di spese fatto registrare per il conflitto in Medioriente, ma anche dalla volontà dell’amministrazione di presidiare maggiormente il settore Indo-Pacifico. Nell’attuale sistema di ripartizione degli oneri, gli Usa forniscono circa la metà delle capacità militari Nato, ma chiedono da tempo una ridistribuzione. Le proposte statunitensi per la pianificazione futura si sarebbero però rivelate più drastiche di quanto gli europei avessero previsto. Per esempio, riducendo il numero di bombardieri strategici, e diminuendo di un terzo il contributo in termini di aerei da combattimento. La questione cruciale è su quale orizzonte temporale si basino i piani americani.

L’ombrello USA non basta più
La notizia non giunge come un fulmine a ciel sereno. Per anni Trump ha criticato gli alleati europei per non aver investito abbastanza nelle loro forze armate. Nelle ultime settimane, il presidente Usa aveva promesso di ritirare migliaia di soldati dalla Germania salvo poi fare marcia indietro e annunciare che i militari sarebbero stati ridispiegati in Polonia. La sua ambizione, più volte ribadita, di assumere il controllo della Groenlandia, territorio d’oltremare della Danimarca, ha ulteriormente esacerbato le tensioni transatlantiche. Inoltre, definendo la Nato una “tigre di carta” e gli alleati europei dei “codardi” per non aver sostenuto la guerra israelo-americana contro l’Iran, Trump ha minato la credibilità dell’alleanza, costringendo gli europei a pensare di colmare le proprie lacune in materia di sicurezza nel caso Washington, in caso di necessità, si rifiuti di difendere gli alleati: uno scenario impensabile fino a pochi mesi fa. “La crisi della Groenlandia è stata un campanello d’allarme ineludibile”, ha detto un funzionario della difesa svedese. “Ci siamo resi conto che avevamo bisogno di un Piano B”.
Difesa Ue: Berlino capofila?
La prima a rompere gli indugi è stata la Germania, con una storica riforma della difesa che prevede il potenziamento delle forze armate per costruire l’esercito convenzionale più potente d’Europa entro il 2039. Berlino ha scelto di finanziare autonomamente il proprio aumento della spesa, modificando il freno al debito costituzionale e puntando a raggiungere il 3,5% del Pil già entro il 2029, con circa 150 miliardi l’anno. Il piano include l’ampliamento dell’esercito a circa 260mila soldati e un nuovo sistema di registrazione obbligatoria per tutti i giovani maggiorenni. I punti chiave della nuova strategia della Bundeswehr prevedono un sistema di leva aggiornato – tutti i cittadini maschi che compiono 18 anni devono registrarsi, compilare un questionario sull’idoneità e sottoporsi a screening medici. E, sebbene il servizio rimanga su base volontaria, il governo valuta possibili sorteggi o la reintroduzione del servizio obbligatorio qualora le adesioni fossero insufficienti. È inoltre vigente una norma che impone agli uomini tedeschi in età di leva (tra i 17 e i 45 anni) di richiedere un’autorizzazione all’esercito per i soggiorni all’estero superiori ai tre mesi. L’iniziativa tedesca rappresenta la risposta più organica fin qui messa in campo da un singolo Stato membro, ma solleva anche interrogativi profondi su quanto il modello nazionale sia replicabile – o sufficiente – su scala continentale.
L’Europa pensa a un piano B?
Per mesi, il governo statunitense ha proclamato la sua ipotesi di riorganizzazione di una “Nato 3.0”, un progetto secondo il quale gli europei dovrebbero assumersi l’intera difesa convenzionale del proprio continente il più rapidamente possibile. Pur aumentando la spesa per la difesa, tuttavia, i governi europei non possono replicare capacità chiave fornite dagli Stati Uniti, come l’intelligence satellitare, la sorveglianza e la ricognizione, la difesa aerea e missilistica e la logistica aerea. Né dispongono dei sistemi di comando o della logistica necessari per organizzare una mobilitazione militare di vasta portata senza il coinvolgimento degli Stati Uniti. L’Europa si trova a fare i conti con una triplice sfida – strategica, industriale, politica – in condizioni che non lasciano margine di attesa: un alleato storico che riduce la propria presenza, una minaccia persistente sul fianco est e una coesione interna tutt’altro che scontata. Accelerare gli investimenti comuni, integrare le filiere industriali della difesa, raggiungere l’autonomia nei sistemi di intelligence e di comando sono priorità non più rinviabili.
Istituto Ispi

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