
L’equazione, soprattutto nel laburismo anglosassone, tra trade unions e restaurazione socialista sembra quasi scontata. Ma per diversi motivi, l’elezione di Ed Milliband va salutata, ancora una volta, come la prova più vitale del partito che negli anni ’90 ha rinnovato la sinistra europea e resta ancora il caposaldo di un’evoluzione che stenta a decollare in altri Paesi – men che mai nel nostro, purtroppo. Una prova vitale che si inserisce pienamente nel solco tracciato dal neolaburismo di metà anni ’90, al cui interno Ed Milliband si è formato politicamente e culturalmente. E i primi risultati – 43mila nuovi iscritti al partito otto mesi dopo la sconfitta elettorale e la vittoria laburista in occasione delle by-election di gennaio e marzo 2011 – sono una piccola ma significativa conferma.
Innanzitutto, ed è il motivo più superficiale, la questione generazionale. Ed Milliband, classe 1969, è il più giovane leader laburista dal dopoguerra (di poco più giovane del Tony Blair del 1994). Ha sconfitto due compagni di partito poco più che quarantenni, che rappresentavano la continuità neolaburista, e ha fatto della parola generation l’incipit e la chiave di volta del suo primo discorso da party leader, a settembre del 2010. Qui, a dispetto dei distinguo nostrani, la questione puramente anagrafica è sintomo di salute di un partito degno di questo nome, così come conta la responsabilità della sconfitta elettorale: Brown si ritira in buon ordine ed entra in scena chi ha la forza e il carisma di rappresentare il rinnovamento.
In secondo luogo la rottura con la continuità neolaburista, che è il frutto più maturo della lezione blairiana. Ed Milliband ha dichiarato conclusa l’esperienza New Labour rivendicando proprio l’approccio neolaburista alla politica: la messa in discussione e il superamento delle posizioni consolidate, dell’old thinking. E come il New Labour, diciassette anni orsono, smontò pezzo dopo pezzo strategie e obiettivi della tradizione socialista in nome di una modernità cui la politica aveva il dovere di agganciarsi, così oggi Ed Milliband dichiara che la velocità e la portata dei cambiamenti degli ultimi quindici anni rendono irripetibili le formule neolaburiste. Non in nome di antichi valori, ma sulla base del principio che è la politica a doversi adattare a un mondo che cambia, e non il contrario. Il neolaburismo, dopo diciassette anni, diventa vecchio, sinonimo negativo di establishment, e il nuovo partito laburista di Milliband prova a rigenerarsi e a “ricollegarsi con l’elettorato”, semplicemente con l’ambizione di tornare a essere il partito vicino ad aspirazioni e speranze della gente comune. A novembre 2010, Miliband lancia il policy forum, della durata di due anni, per rifondare il partito e riportarlo tra la gente, per ritornare allo spirito del neolaburismo di metà anni ’90, non ai suoi contenuti.
Da ultimo, nel solco della più genuina innovazione neolaburista, la lingua della politica. Milliband parla la lingua ‘liberata’, de-ideologizzata, di Blair e dei suoi epigoni: mai lessico specialistico, mai astrazioni da teorico della politica, mai il politichese delle alleanze e delle contrapposizioni. Ha fatto storcere il naso per la sua semplicità, per la sua cruda referenzialità, l’apparente mancanza di spessore storico, ma è una lingua che parla al Paese, non al partito; che si proietta all’esterno, mai all’interno. E a differenza della sola politica che sciorina ricette e programmi rappresentando il mondo secondo categorie proprie, la lingua della nuova generazione dei laburisti si fa spesso narrazione, narrazione della crisi. Per raccontare alla politica, affinché la politica possa ridefinire il suo ruolo e la sua funzione, la vita quotidiana di famiglie, lavoratori, comunità.
Paolo Donadio (qdrmagazine.it)
Paolo Donadio. Ricercatore di Linguistica inglese della Federico II, Napoli. Si occupa dei fenomeni di ibridazione del discorso politico e dell’interazione tra lingua e identità politica (Il partito globale. La nuova lingua del neolaburismo britannico, Franco Angeli 2005).

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