
Ti svegli, accendi la TV, apri i social e inizi a leggere e sentire tonnellate di corbellerie sparate in quantità industriale, che ostinatamente associano la Giornata della Memoria ai fatti di Gaza. A un certo punto ti viene spontaneo pensare: ok, ho il dono della parola e un cervello funzionante, proviamo almeno a dire due cose semplici, pulite, senza retorica né fronzoli.
La Giornata della Memoria è nata per ricordare un genocidio industriale, pianificato e sistematico, costruito sull’idea che un popolo intero dovesse essere cancellato dalla faccia della terra per quello che era, non per quello che faceva. È un fatto storico preciso, con cause, responsabilità e dinamiche che non ammettono scorciatoie morali né retorica ideologica da quattro soldi.
Quella memoria non ha alcuna attinenza diretta con la guerra in corso a Gaza. Mettere le due cose sullo stesso piano non chiarisce niente, confonde tutto. E quasi sempre lo fa per convenienza: perché l’analogia shock fa click, fa indignazione, fa tifo.
A Gaza non siamo di fronte a un genocidio nel senso storico e giuridico del termine. Siamo davanti a un conflitto armato asimmetrico, brutale, sanguinoso, innescato da un attacco deliberato contro civili e portato avanti da un’organizzazione che ha scelto la violenza indiscriminata come metodo e la cancellazione di Israele come obiettivo politico. L’azione dell’esercito israeliano è una risposta militare a Hamas, non un progetto di sterminio basato su etnia o religione.
E c’è un elemento di realtà che molti fingono di non vedere: Israele ha una potenza di fuoco enorme. Se l’obiettivo fosse stato davvero un genocidio, con i mezzi che ha lo avrebbe potuto compiere in tempi rapidissimi, non in due anni passati a inseguire miliziani casa per casa, tunnel per tunnel, in un contesto dove Hamas si mescola ai civili e trasforma ogni infrastruttura in un potenziale campo minato. Questa non è una difesa automatica di ogni scelta: è una distinzione logica tra voler cancellare un popolo e fare una guerra, per quanto devastante, contro un’organizzazione armata.

Questo non significa negare la sofferenza dei civili palestinesi, né fare finta che in guerra non esistano errori, scelte discutibili, responsabilità e limiti. Significa restare aderenti ai fatti. L’operazione israeliana ha un obiettivo dichiarato: colpire una struttura armata che usa la popolazione come scudo, che controlla Gaza da anni senza un vero processo democratico e che infiltra infrastrutture civili dentro la propria macchina militare e dopo, fatto non trascurabile, aver ricevuto sulla testa, sin dal 2008, oltre un milione di razzi sparati dalla Striscia, attribuiti a Hamas e a gruppi armati sostenuti dall’Iran, contro i civili israeliani. È guerra, non sterminio programmato.

Usare la Shoah come clava retorica per giudicare il presente non è un atto di giustizia: è una scorciatoia emotiva. La memoria serve a capire dove porta l’odio ideologico quando diventa Stato, non a piegare la storia per semplificare conflitti complessi. E, paradossalmente, farlo finisce per svuotare la memoria stessa, riducendola a slogan buono per ogni occasione.
La Giornata della Memoria chiede rigore, non analogie forzate. Chiede di distinguere, non di sovrapporre. Ricordare il genocidio degli ebrei significa anche rifiutare le falsificazioni, comprese quelle che trasformano una guerra contemporanea, per quanto tragica, in qualcosa che storicamente non è. Solo così la memoria resta viva e non diventa propaganda.
Quindi, siate gentili, non rompetemi i coglioni con la solita retorica cialtro buonista del cazzo. Cerchiamo di volerci bene, sono sempre in tempo a farvi a pezzi.
Piero Terracina

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