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Meloni tra voto anticipato e rimpasto: la politica del tempo

C’è un elemento che più di altri definisce la fase politica di queste ore. Non è la crisi. È il tempo. Il tempo che Giorgia Meloni deve decidere come usare. Dopo la sconfitta referendaria, il quadro si è mosso rapidamente. Ma non si è rotto. E questa è già una notizia. Perché, nonostante le turbolenze, la linea ufficiale della maggioranza resta chiara: andare avanti fino alla fine della legislatura. Lo dicono i vicepremier. Lo ribadiscono i ministri. “Nessuno pensa a elezioni anticipate”, è la formula che rimbalza da Palazzo Chigi alle sedi di partito. Eppure, sotto la superficie, il tema resta. Come uno spettro che aleggia ma non si materializza.

di Cesare Mannucci | 31 Marzo 2026

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C’è un elemento che più di altri definisce la fase politica di queste ore.

Non è la crisi.

È il tempo.

Il tempo che Giorgia Meloni deve decidere come usare.

Dopo la sconfitta referendaria, il quadro si è mosso rapidamente.

Ma non si è rotto.

E questa è già una notizia.

Perché, nonostante le turbolenze, la linea ufficiale della maggioranza resta chiara: andare avanti fino alla fine della legislatura.

Lo dicono i vicepremier.

Lo ribadiscono i ministri.

“Nessuno pensa a elezioni anticipate”, è la formula che rimbalza da Palazzo Chigi alle sedi di partito.

Eppure, sotto la superficie, il tema resta.

Come uno spettro che aleggia ma non si materializza.

È il segno di una politica che riflette.

E che misura ogni passo.

Perché le opzioni sul tavolo sono tre.

Proseguire senza cambiamenti.

Aprire la strada a un rimpasto.

Oppure giocare la carta delle elezioni anticipate.

La prima appare, oggi, la meno probabile.

Troppi scossoni nelle ultime settimane.

Troppi segnali di logoramento.

La seconda è quella che prende corpo.

Il rimpasto, nella tradizione parlamentare, è lo strumento per evitare la crisi.

Un intervento mirato.

“Chirurgico”, direbbero gli addetti ai lavori.

Serve a rilanciare l’azione di governo senza interromperla.

Ed è esattamente ciò che Meloni sta valutando.

Le dimissioni di Daniela Santanchè.

Quelle di Andrea Delmastro.

E della capo di gabinetto Giusi Bartolozzi.

Non sono episodi isolati.

Sono l’inizio di una ridefinizione degli equilibri.

Un modo per assorbire il colpo del referendum.

E rilanciare.

Ma è la terza opzione quella che più incuriosisce.

Il voto anticipato.

Non perché sia imminente.

Ma perché esiste.

Ed è stata presa in considerazione.

Andare alle urne oggi significherebbe giocare d’anticipo.

Cogliere le opposizioni in una fase ancora incompiuta.

Il cosiddetto campo largo ha vinto il referendum.

Ma non è ancora una coalizione.

Non ha un leader condiviso.

Non ha un programma definito.

E questo pesa.

Ma il voto anticipato è anche un rischio.

Perché il quadro internazionale è instabile.

Perché l’economia resta fragile.

E perché manca ancora una legge elettorale definitiva.

Andare alle urne senza regole condivise sarebbe un salto nel buio.

Non a caso, dentro la maggioranza, prevale la prudenza.

E prende corpo l’idea di un rimpasto “mirato”.

Un modo per blindare il governo fino al 2027.

Ma anche per selezionare la classe dirigente.

Tagliare i rami secchi.

Rafforzare i punti deboli.

In questo senso, il rimpasto non è solo una soluzione tecnica.

È una scelta politica.

Serve a guadagnare tempo.

Ma anche a usarlo.

Perché il vero nodo è proprio questo.

Non quanto tempo resta alla legislatura.

Ma come viene utilizzato.

Meloni ha davanti a sé un passaggio decisivo.

Può subire il tempo.

Oppure governarlo.

Il referendum ha segnato una battuta d’arresto.

Ma non una sconfitta definitiva.

Ha aperto una fase nuova.

E nelle fasi nuove, la politica si misura sulla capacità di adattarsi.

Il rimpasto è l’opzione più razionale.

Il voto anticipato quella più audace.

Tra le due, si gioca il futuro dell’esecutivo.

E forse anche quello degli equilibri politici dei prossimi anni.

Perché in politica, più che le scelte, contano i tempi delle scelte.

E questa è, prima di tutto, una questione di tempo.

Cesare Mannucci

Pubblicato in : Blog, Editoriale, La parola al Sindaco

Info Cesare Mannucci

Direttore Responsabile ad interim, già Vice Direttore vicario di PensaLibero.it, svolge una intensa attività giornalistica da oltre 40 anni. Ha cominciato nel settimanale L’Eco di Milano e provincia, come collaboratore, per ricoprire poi incarichi di responsabilità come caposervizio, caporedattore sino alla condirezione dello stesso. E’ stato collaboratore esterno del quotidiano del pomeriggio La Notte (gruppo Rusconi Editore), e per oltre 24 anni giornalista al quotidiano nazionale Il Giorno (Eni e poi Poligrafici Editoriale) per il quale si è occupato di cronaca nera, amministrativa, sindacale e giudiziaria. Componente del Cdr de Il Giorno in qualità di fiduciario. E’ stato anche collaboratore del quotidiano della Cei, L’Avvenire e dell’Unione Sarda. Ha svolto, inoltre, intensa attività politica come Sindaco del comune milanese di Mediglia, Vicepresidente vicario del consiglio direttivo del Parco Agricolo del Sud Milano, per il quale è stato componente del consiglio d’amministrazione di Fedenatur la rete dei parchi periurbani della Comunità Europea (con sede a Barcellona) in rappresentanza della Provincia di Milano. Componente del comitato tecnico intercomunale per la trasformazione del Consorzio dell’Acqua Potabile di Milano (Cap) in società di capitali (Cap Holding SpA). E’ stato anche delegato per la Lombardia al congresso nazionale dell’ Associazione nazionale comuni italiani (Anci) del 1999 a Catania. Capo Segreteria a Milano di un noto europarlamentare (2016). Consigliere comunale all’opposizione a San Donato Milanese, cittadella che ospita Metanopoli e il quartiere generale dell’Eni (2017-2022). Da giugno 2022 Consigliere comunale di minoranza a Dresano (Mi). Dal 2023 al 2024 Responsabile della comunicazione di un conosciuto europarlamentare pavese. Direttore Responsabile de “Il Giornale dei Laghi” mensile della Gestione Navigazione Laghi-Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (dal luglio 2025)

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